Amato ripescato al Viminale ma sarà «marcato» da un ds

All’Interno per volontà di Prodi, avrà al fianco un inedito viceministro: Minniti. E Cossiga gli dà del Giuda per l’ambiguità sul suo passato nel Psi di Craxi

Luca Telese

da Roma

Arriva sul Colle del Viminale tallonato da un viceministro diessino, Marco Minniti: un alter ego che lo affiancherà nella guida del ministero con deleghe che nessun sottosegretario ha mai avuto in passato. E ci arriva, per giunta, inseguito dall’anatema di Francesco Cossiga, che lo ha fatto oggetto, in questi giorni, di una micidiale campagna ad personam. Il presidente emerito ha rispolverato per lui una cattiveria salace delle sue, riservandogli le parole che il comandante della cavalleria del re di Prussia, Gebhard Leberecht von Blücher usò per il generale francese de Beaumont, prima vandeano, poi repubblicano, napoleonico, borbonico, e di nuovo napoleonico, quando alla vigilia della battaglia di Waterloo stava per abbandonare l’imperatore francese per passare tra le file prussiane: «Giuda oggi a nostro favore. Ma sempre Giuda rimane!».
Non tutti hanno capito il perché di questa implacabile campagna di stampa, ma non c’è dubbio che Cossiga si infila in uno spazio di ambiguità interpretativa: perché ieri Giuliano Amato, dopo essere stato due volte premier, dopo essere stato un «quasi» padre della nuova carta europea, dopo essere stato un «quasi» presidente della Repubblica, ha giurato da ministro dell’Interno senza che sulla sua testa si dissolvesse l’eterno punto interrogativo di una lunga carriera politica, quello che gli impedisce di passare dalla dimensione del «professionista a contratto» (Bettino Craxi dixit) a quella di «statista». Curiosa la storia di Giuliano Amato: se gli avessero permesso di sfidare Berlusconi forse avrebbe potuto salvare l’Ulivo nel 2001, con il suo prestigio di premier uscente. Ma anche allora la coalizione in cui abita senza avere partito scelse un altro, e gli toccò di finire (come disse lui stesso) su «una sedia a Rutelle». Poi avrebbe potuto creare con Massimo D’Alema l’asse del nuovo riformismo italiano, con il sodalizio inaugurato intorno alla fondazione Italianieuropei. Era un target che avrebbe avuto, sulla carta, uno sbocco naturale: il primo sul Colle, il secondo a Palazzo Chigi. E invece il destino ha bruciato tutte le poltrone che D’Alema ha sognato, e poi, di conseguenza anche l’ipotesi del Colle per Amato. E a bruciare, ironia della sorte, è stato proprio D’Alema, che giunto al dunque, quando tutte le sue chances erano sfumate, gli ha preferito Giorgio Napolitano.
Amato avrebbe potuto ancora una volta «ritirarsi», come fece già una volta, quando decise di lasciare la politica attiva per accettare la presidenza dell’Antitrust. Già allora lo inseguivano con il gioco di una doppia lama, gli attestati di stima per l’arguzia del «dottor Sottile», e il marchio infamante di essere il primo ministro che aveva fatto ricorso al prelievo forzoso. Anche nei momenti di disgrazia, Amato è stato aiutato dal proprio talento, la capacità di «smarcarsi» e differenziarsi sul filo di lana: essere diessino senza mai essere stato comunista, essere socialista essendosi sganciato da Bettino prima della caduta. Essere laico, ma avendo aperto la porta alle preoccupazioni dei cattolici sull’aborto (con grande scandalo delle pidiessine). In un Paese normale sarebbe stato il pedigree perfetto per concorrere al Quirinale, nel tempo di un governo intruppato di «famigli» e «fratelli-coltelli», questa carriera apre solo una porta, quella di un «ministero di consolazione». Un ministero strategico, il più pesante, certo, che però gli arriva come un risarcimento, per volontà di Romano Prodi, e non per quella che Machiavelli (e Massimo D’Alema) chiamerebbero la «forza propria». Nel fiume torrentizio della sua invettiva anti-amatiana, Francesco Cossiga ripete ogni giorno che senza Bettino Craxi Amato sarebbe rimasto un «professorucolo». Sarà vero, ma tutti hanno avuto un pigmalione. Resta piuttosto il dubbio che Amato sia condannato al destino dei tanti e brillantissimi «giovannisenzaterra» che affollano la storia, costretti a passare da una liana all’altra senza mai trovare approdo. Certo, ora che lo aveva perdonato persino Stefania Craxi, ha perso il feeling con D’Alema. E nel giorno in cui avrebbe potuto costruirsi un dignitosissimo Aventino è salito sulla limousine che lo porta al Viminale. Approdo degnissimo invidiato. Ma ancora una volta, forse, «a contratto».