Amato si muova

Dalla Calabria tante notizie, tutte pessime, nemmeno un’informazione che consenta il gioco consolatorio di «una notizia buona, una cattiva». Forse è per questo che non si sa da dove cominciare. Dagli inspiegabili misteri del caso Fortugno, con una denuncia di qualche anno fa presentata dall’ucciso e scomparsa in armadi polverosi di uffici giudiziari? Dalle inchieste che si abbattono sugli amministratori regionali, governatore in testa, per presunti episodi di malaffare e, sostanzialmente, di truffa allo Stato o alle autorità europee? Si scopre, ciliegina indigesta su una torta amara, che la Regione ha ingaggiato, per tenere corsi d’aggiornamento ai propri dirigenti, cinque magistrati, della Corte dei Conti e del Tar. Pare che sia tutto regolare, ma risulta egualmente singolare che un ente territoriale di governo come la Regione paghi una prebenda a magistrati che dovrebbero controllare la correttezza del suo operato. Conflitto d’interessi? Questione morale? Com’è che queste espressioni non risuonano più nel dibattito politico calabrese? E dire che la nuova giunta di centrosinistra, presieduta dal governatore Agazio Loiero, aveva annunciato innanzitutto una specie di vasta rivoluzione morale: bisogna capire che il Sud è afflitto, oltre che da oggettivi fattori negativi di origine storica e territoriale, anche da una nefasta retorica falso-meridionalista, grazie alla quale vecchi arnesi del trasformismo e della malamministrazione si spacciano per innovatori e moralizzatori.
La situazione dell’attuale giunta regionale è disastrosa e insostenibile: il presidente è indagato, il vice presidente Nicola Adamo, diessino, è indagato; è sotto inchiesta un altro diessino, Franco Pacenza, in difesa del quale – arrestato a Ferragosto – amici e compagni e colleghi fecero un sit-in contro la magistratura. Noi restiamo garantisti e non vogliamo emettere sentenze di condanna contro nessuno degli indagati. Nemmeno vogliamo che i magistrati diventino i moralizzatori della vita politica calabrese: Mani pulite da questo punto di vista ci ha dato una lezione che non dimentichiamo. Ma in Calabria il malaffare sembra diventato la sola grande industria regionale, che cresce all’ombra dei partiti e delle istituzioni. Per le accuse c’è una vasta scelta, dalla truffa ai danni dello Stato all’illecito utilizzo dei fondi europei, in un gioco di falsi e di partecipazioni societari nei quali pare che i politici locali si siano tuffati con disinvoltura e non senza profitto. E poi storie di appalti sporchi, della vacca della sanità munta senza riguardi da politici e ’ndranghetisti. E ancora nepotismi e familismi amorali nelle assunzioni, nelle consulenze, nelle prebende pagate senza ritegno.
L’autore scrive questa nota con autentica sofferenza, perché è calabrese e interiormente lacrima perché negli ultimi anni trova ben poco che possa sorreggere l’orgoglio delle sue origini di fronte all’alluvione delle accuse infamanti.
Mentre questi amministratori lottano con l’unghie e coi denti per rimanere al loro posto (non è un mistero per nessuno che l’emendamento-fantasma che nella Finanziaria cancella di fatto i reati contabili sia stato attribuito all’azione e agli interessi politici di fazione di un senatore che è figlio politico del governatore Loiero), serve una decisione ferma. Lo Stato di diritto non può essere ostaggio delle facce di bronzo. Giuliano Amato non è Bonaparte, ma riteniamo che nel nerbo dei prefetti ci siano competenze napoleoniche per una gestione commissariale della Calabria. Bisogna pur rendersi conto che per l’uccisione di Francesco Fortugno sono sospettati, come mandanti, altri politici. Bisogna rendersi conto che in quella tormentata regione per le questioni di Asl si truffa e si uccide.
La tesi del commissariamento non è nuova. Anni fa, quando tutta l’Italia seguiva, allibita, le prodezze di don Ciccio Mazzetta (altro boss della sanità nel Reggino), Giacomo Mancini, che era un socialista e amava la Calabria, propose di sospendere per qualche anno il gioco democratico delle elezioni, che poteva facilmente essere manipolato da clientelismo, malaffare, mafia.
Arrivino i commissari, facciano quel che debbono, bonifichino quel che è possibile, poi si tornerà al voto. Perché i calabresi onesti meritano di meglio dell’attuale gestione maleodorante.
Il malessere calabrese è datato, purtroppo, non è di oggi. Ci turbiamo per l’omicidio Fortugno e non possiamo dimenticare l’omicidio di Ludovico Ligato, anche quello legato a torbide rivalità per appalti, per lo sfruttamento del flusso di finanziamento pubblico a un Mezzogiorno assistito. E non dimentichiamo lo scandalo dei forestali, di un assistenzialismo che fa tutti pezzenti. Non dimentichiamo che anni fa un provvidenziale incendio distrusse le carte contabili della Regione. Basta, arrivino i commissari anche se Napoleone non c’è o dorme.