Amato: "Vietare il velo islamico è da imperialisti"

Il ministro dell'Interno torna a difendere il simbolo islamico. E sull'immigrazione avverte: serve subito una seria politica della casa. Per il titolare del Viminale far entrare solo stranieri qualificati "sarebbe una scelta di declino demografico, sociale e politico"

Roma - «Vietare il velo alle donne islamiche vuole dire imporre un’ideologia imperialista occidentale». No. Non è una delle tante esternazioni del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A parlare di «imperialismo occidentale», testuali parole, questa volta è il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, durante la conferenza nazionale sull’immigrazione. Ora quello che colpisce non è la contrarietà a una legge anti-velo, ovvero a una limitazione della libertà personale di esporre i propri simboli religiosi anche attraverso l’abbigliamento. Contrarietà già espressa dallo stesso Amato e da altri politici come Gianfranco Fini e, tanto per fare un esempio assai illustre, condivisa pure da Giovanni Paolo II.

A colpire è la trasformazione subita dall’oramai “ex” Dottor Sottile soprattutto per quanto riguarda il linguaggio adottato negli ultimi mesi. Linguaggio tutt’altro che sottile. Spesso invece grossolano, come in questo caso. «Non si può rifiutarsi di credere che il velo islamico è in certe occasioni sinonimo di prevaricazione contro le donne e in altri espressione di identità - dice Amato -. Sono stanco di assistere ad attacchi scomposti su questi temi che dimostrano solo quanto è piccolo chi li fa». Certamente quello che un ministro del governo non dovrebbe fare è liquidare le argomentazioni anti-velo come sinonimo di «imperialismo occidentale», dimenticando oltre al fatto da lui stesso citato (il velo come «prevaricazione» sulla donna) anche il lacerante dibattito che circa tre anni fa in Francia comunque è sfociato in una legge, varata tra mille polemiche, che in nome della laicità dello Stato vieta di indossare nelle scuole «simboli o indumenti che ostentino l’appartenenza religiosa». Dibattito nel quale anche una piccola parte del mondo musulmano, la più moderata, si è mostrata aperta a mettere in dubbio la validità del velo come simbolo della fede visto che non avrebbe riscontro neppure nel testo coranico.

Amato poi riprende il tema della fede per sottolineare come «le religioni vengano usate a volte per irrigidire le loro verità le une contro le altre». Troppo spesso, prosegue il ministro, «c’è la propensione a usare Dio per attaccare il prossimo». In riferimento all’islam Amato dice che «ci deve essere attenzione perché le moschee non vengano usate per diffondere terrorismo, ma serve anche dialogo tra le religioni».

E sempre in tema di immigrazione colpisce pure l’altra battuta del titolare del Viminale. Sollecitato dai giornalisti a dare un suo giudizio sulla vicenda dei lavavetri, per i quali il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, aveva previsto pesanti multe e anche l’arresto con un’ordinanza, poi annullata dai magistrati perché giudicata illegittima, Amato replica: «Non mi occupo di lavastoviglie. Non rispondo su temi che non riguardano il convegno: sono qui per parlare di integrazione». Come se l’evidentemente mancata integrazione di chi è costretto a fare il lavavetri (spesso oltretutto si tratta di minori costretti sulla strada da sfruttatori adulti) non avesse a che fare con l’insieme della questione immigrazione, clandestinità e il sempre più forte senso di insicurezza dei cittadini al quale in qualche modo, magari pure commettendo errori, gli amministratori locali cercano di dare una risposta.

Quello che invece il ministro dice in conferenza è che gli immigrati oltre al lavoro devono avere anche una casa. «La domanda delle imprese come unico selettore per gli immigrati, è un fatto sbagliato. Io devo tenere conto delle esigenze delle imprese, ma mi devo preoccupare anche del resto - dice Amato -. No, dunque, a chi sostiene che fino a quando un immigrato lavora otto ore in fabbrica va bene, ma poi deve sparire e non avere neanche una casa». Per Amato infine non si possono aprire le porte soltanto agli stranieri qualificati. «Non possiamo far venire in Italia solo ingegneri o dottori: sarebbe una scelta di declino demografico, culturale e politico», dice il ministro, che invita ad accogliere le diversità culturali perché «conservare la nostra identità senza aggiunte significa conservare una diversità declinante».