Le ambizioni di Bayrou

Solo il provincialismo della sinistra italiana poteva spingere i suoi leader ad appellarsi a Bayrou - il leader centrista escluso dal ballottaggio con circa il 19% dei voti - affinché egli desse un'indicazione di voto esplicita per la candidata socialista Ségolène Royal. Hanno evidentemente scambiato l'elezione a suffragio universale diretto del monarca repubblicano francese per il nostrano scambio di cortesie tra Fassino e Rutelli dai palchi dei rispettivi congressi. Bayrou, il quale invece - non c'è da dubitarne - è ben conscio di ciò che distingue i due momenti, ha ignorato i concitati consigli che gli giungevano dall'Italia progressista. E lo ha fatto per una ragione molto semplice: seguirli non avrebbe avuto alcun senso politico. Nelle elezioni presidenziali, così come le ha volute il Generale de Gaulle nel 1962, il voto appartiene innanzi tutto ai cittadini. I partiti svolgono un ruolo importante ma di supporto ai candidati. Per questo, se Bayrou si fosse sbilanciato a favore di uno o dell'altro dei due contendenti rimasti in lizza, si sarebbe verificata una cosa molto semplice: una parte consistente dei suoi elettori non ne avrebbe seguito l'indicazione.
C'è, però, un altro motivo per il quale quell'indicazione di voto non è giunta, e anch'esso attiene ai meccanismi di funzionamento della V Repubblica. Questi, nella loro classicità, prevedono uno schema bipolare per il quale, in occasione delle elezioni presidenziali, al primo turno si selezionano i candidati più «performanti» dei due schieramenti contrapposti mentre al secondo turno prevale colui il quale dimostra di potere meglio riunificare la nazione. Bayrou, con la sua proposta centrista, ha cercato di far saltare lo schema. Ma non c'è riuscito perché, nonostante il buon risultato, la legge della V Repubblica è infine prevalsa. La sua sfida, però, non si è ancora esaurita e si proietta minacciosa verso le elezioni legislative che seguiranno la proclamazione del Presidente.
La regola della V Repubblica vorrebbe, in questo caso, che la maggioranza del nuovo Parlamento risulti conforme a quella presidenziale, in modo tale che al Presidente eletto dal popolo sia offerta la possibilità di esercitare le funzioni di un vero monarca repubblicano: essere insieme il capo dello Stato e l'effettivo ispiratore del governo. La regola in passato è stata qualche volta disattesa. E si sono avute le cosiddette «coabitazioni». Queste, però, sono state avvertite come eccezione che conferma la norma, al punto che, per renderle meno probabili, il periodo di permanenza del Presidente al vertice dello Stato è stato portato da sette a cinque anni, in modo da farlo coincidere con la durata della legislatura.
Fuoruscendo dallo schema destra-sinistra e annunziando candidature autonome alle legislative, Bayrou punta dunque a non far scattare la maggioranza presidenziale. Sia nel caso venga eletto Sarkò sia in quello in cui prevalga Ségolène, vorrebbe che i voti del suo nuovo partito risultino determinanti per dare un governo alla Francia. In tal caso, il rapporto tra maggioranza presidenziale e maggioranza parlamentare diverrebbe meno lineare. E il Presidente, pur mantenendo prerogative importanti, non potrebbe più agire come l'effettivo capo dell'esecutivo. Infine, per questa via, qualcosa dell'esperienza della coabitazione giungerebbe a contaminare stabilmente il dna della V Repubblica, modificandone i connotati.
L'ambizione di Bayrou è dunque grande: molto più grande di quanto i suoi provinciali consiglieri italici possano anche solo immaginare. Per questo, se ne può esser certi, mentre i due candidati Presidenti oggi gli stanno facendo la corte, domani chiunque di loro verrà eletto indicherà in Bayrou il più insidioso nemico della funzione affidatagli dal popolo. E si appellerà ai cittadini affinché, eleggendo una maggioranza coesa a Palais Bourbon, salvino il legato del Generale de Gaulle. Perché la V Repubblica ha vinto il primo round, ma non ha ancora vinto la partita.
Gaetano Quagliariello