Ambra emozionata: "Che ci faccio qui?"

Cerimonia inaugurale snella e simpatica. Brava la Angiolini che cita Chatwin e Almodóvar

Venezia - Stavolta è filato tutto liscio. Non come l'anno scorso, quando le bizze di Scarlett Johansson (questioni di acconciatura) provocarono il ritardato arrivo al Palazzo della delegazione di The Black Dahlia, con strascico di proteste e scuse della Biennale. Doveva essere snella e veloce la serata di inaugurazione della 64ª edizione ripresa da Raisat: così è stato. Poco più di mezz'ora, senza gaffe, in un clima ovattato e celebrativo, da Mostra che festeggia il giubileo, ovvero i 75 anni dalla prima «Esposizione internazionale di arte cinematografica» del 1932. Naturalmente si respirava nell'aria una gran voglia di mondanità, specie nella frenesia un po’ artefatta e cafonal che ha scandito il passaggio sul red carpet di star, politici e presenzialisti. Molti gli zigomi, le labbra e i décolleté ritoccati, gran sfoggio di abiti da sera. Come sempre eccentrica Marina Ripa di Meana, con piume in testa. Diafana e bellissima Kyra Knigthley nel suo abito Chanel color cipria. Carismatica e informale insieme Vanessa Redgrave, con l'immancabile Franco Nero al fianco. Mentre hanno destato la curiosità dei fotografi le sneakers argentate e sberluccicanti indossate sullo smoking dai dirigenti ministeriali Blandini e Nastasi.

A un certo punto s'era sparsa la voce che Mario Monicelli fosse scivolato nella doccia, facendosi male. Non era così grave. Il grande vecchio è apparso puntuale in Sala Grande, dritto e deciso, esibendo solo un cerotto sulla guancia ossuta. Confermata anche la parata delle istituzioni, con Rutelli, Galan e Cacciari seduti l'uno vicino all'altro sul palco d'onore (ma il sindaco ha preferito entrare da una porta laterale), a testimoniare la voglia di fattiva collaborazione sul nuovo Palazzo del cinema.

Ambra Angiolini, abito Armani avorio e capelli raccolti, se l'è cavata bene nel ruolo di madrina. In molti non la ritenevano all'altezza, per via del recente approdo al cinema, così lei, magari esagerando un po', ha esordito citando Bruce Chatwin e Pedro Almodóvar: per chiedersi con lo scrittore «Che ci faccio qui?», e con il regista «Che ho fatto io per meritare questo?». In tutto avrà parlato un minuto e mezzo, senza incespichi, appena emozionata, per ricordare i 75 anni della Mostra, «bella signora attraversata dalla storia e consegnata alla storia». Poi è stata la volta del presidente Croff. Di nuovo ha sottolineato il valore simbolico della palla gigante che fuoriesce fellinianamente dalla facciata del Palazzo: «Simbolo di superamento del vecchio, di pronta ricostruzione oltre la precarietà della contingenza».

Come al solito ispirato, il direttore Müller ha parlato a braccio, omaggiando i predecessori e definendo la Mostra una sorta di «sismografo». Già sentito. Divertente invece il siparietto involontario con il presidente della giuria, Zhang Yimou, che parla solo cinese: sicché il direttore sinologo ha fatto da traduttore simultaneo, traducendo anche i nomi degli altri giurati, perché non si capiva un accidente. Il regista di Lanterne rosse, sempre più scavato in viso, è stato al gioco. Sussurrando: «Non so cosa accadrà nei prossimi 75 anni della Mostra. Il cinema continuerà ad inseguire i sogni, seguendo i percorsi della fantasia. Ma di sicuro Müller non sarà al timone per tutto questo tempo». Applausi. Ripetuti quando sono risuonati i nomi di Bertolucci e di Pontecorvo. Poi si sono spente le luci. Per riaccendersi due ore e mezza dopo, quando tutti sono sciamati verso la tensostruttura in riva al mare che ospitava il banchetto per mille e passa invitati.