Ambrogio, medicina contro la fragilità

«Nel libro ho voluto anche resuscitare il mio Paese prima dell’invasione Usa: un piccolo regno dove l’amore era passionale, forte, eterno, come in un racconto di fate»

Entro il libreria e ritrovo, con gioia, la ristampa fresca di un libro letto e poi perduto nei labirinti dei prestiti (mai prestare libri, per nessuna ragione!) tanti anni fa. Sono le Preghiere di Sant'Ambrogio, ottimamente tradotte da Inos Biffi (Jaca Book, pagg. 128, euro 9) e raccolte in edizione popolare con una bella prefazione di Carlo Maria Martini.
La prima cosa che colpisce in queste preghiere è la loro concretezza. Ciascuna di esse è come la risposta di un cuore umano, reso umano da Cristo, a precise circostanze. Si avverte, in altre parole, dietro queste splendide preghiere tutta la vita di un popolo.
«Vieni anche tu, non importa se è tardi, o se è già notte: in ogni ora troverai Gesù».
«Tu cominci appena a cercarlo, e Cristo ti è già vicino: egli non può mancare a chi lo desidera dopo che apparve a coloro che neppure lo sognavano».
La più grande saggezza dell’uomo, dinanzi a questo amore gratuito, è una franchezza piena di docilità: «A te mi rivolgo come artefice, ti tengo stretto come creatore: senza cercare altre difese».
Com’è bello, questo «senza cercare altre difese»! Dove «altre» indica una conoscenza reale dell'uomo e dei suoi consueti infingimenti.
Così come quando leggiamo: «delusi dalla tristezza mondana, affrettiamo il passo, fratelli», la mente sosta su quella «tristezza mondana»: il mondo infatti è triste perché non risponde al nostro interrogativo più importante.
Il cristiano legge la vita terrena come «ombra». Noi conosciamo l'ombra di Cristo, la vita è degna solo se pregusta il suo significato pieno, che è come l'attesa ad un appuntamento certo.
Da uomo concreto, Ambrogio ama le opere dell'uomo, e le conosce. «Anche se ferventi nella fede, noi siamo fragili nelle opere», leggiamo. E altrove: «Voglia il cielo che la giustizia (che è Dio stesso, n.d.r.) sostenga anche le mie opere e tenga la mia mano; che il Verbo di Dio mi sostenga, mi faccia entrare nella sua intimità». Qui, Ambrogio dimostra una grande conoscenza della fragilità nostra ma anche del vero medicamento: «entrare nella sua intimità». Che è un'intimità fisica, storica, reale, un abbraccio sterminato: «Anche se è tardi, si destino quanti si sono lasciati vincere dal sonno, quanti hanno perduto Cristo: Cristo non è perduto al punto che non torni più indietro: pur che lo si cerchi».