Amendola: «Il cinema mi snobba? Meglio la Tv»

RomaClaudio Amendola arriva in scooter: bermuda e t-shirt nere, scarpe da ginnastica gialle. Ha solo un’ora di tempo: sta girando una serie poliziesca per Canale 5, Bruno e i suoi, che giudica «rivoluzionaria», e deve tornare sul set. Ma vuole spendere una parola gentile in difesa del film che il regista Felice Farina è riuscito a terminare dopo sei anni di tribolazioni: tra blocco delle riprese, fallimento del produttore, sequestro della pellicola. Nel frattempo, anche il titolo è cambiato, da Senza freni a La fisica dell’acqua. Ci si augura che il film possa uscire nelle sale, intanto lo proietterà in anteprima la Mostra del nuovo cinema di Pesaro, 21-29 giugno (nel ricco menu una retrospettiva su Alberto Lattuada, un focus sul cinema israeliano, un omaggio a Paolo Gioli).
Amendola, classe ’63, lo conoscete. È un entusiasta combattivo che non le manda a dire. Nel film di Farina, accanto a Paola Cortellesi e Stefano Dionisi, incarna un ambiguo individuo tornato dall’estero per tirar su dei soldi con la vendita di una casa sul lago. Il nipotino, spaventato dall’acqua, non si fida di lui, al punto da sabotargli l’auto. «Sono qui per dire grazie a Felice. Noi attori, finite le riprese, spesso ci dimentichiamo dei film, passiamo ad altro. Lui no. Ha combattuto come una tigre per riprendersi il film e finirlo». Amendola si riscalda, come un pugile pronto a far partire il gancio. «Sono anni, proprio da La fisica dell’acqua, che non lavoro per il cinema, i copioni arrivano, ma in genere li butto dalla finestra. Troppo brutti. Quindi posso dirlo con serenità, tanto ho troppa tv da fare: è indecente, vergognoso, indegno - trovate voi la parola giusta - che si facciano film con soldi pubblici, del contribuente, per poi lasciarli lì, arenati in qualche cantina, perché mancano 100mila euro. Dopo aver speso 2 milioni. Una pazzia».
Un paradosso squisitamente italiano che il regista, estenuato ma contento, racconta senza vittimismi. «Alla fine, con l’aiuto di qualche amico e del Festival di Pesaro, sono riuscito a portare il film dove volevo: in una zona oscura che sta ai confini della coscienza». Amendola annuisce. Ben asserragliato nel fortino dei Cesaroni (a novembre comincia a girare la quarta serie), l’attore non mostra nostalgie per il grande schermo. «Ditemi, a parte Romanzo criminale, e non mi hanno chiamato, che film avrei potuto fare in questi ultimi anni? Forse Il Divo? La verità è che il cinema è gestito male in Italia, mancano i produttori veri, come Vittorio Cecchi Gori. Per questo preferisco la tv. Tanto il copione bello non arriverà mai. E pure arrivasse ci sarà sempre qualche produttore o regista che si metterà di traverso, dicendo: “Ma no, ormai Amendola fa solo tv”. Capita anche al mio amico Massimo Ghini». Con chi ce l’ha? «Non mi faccia fare nomi. Ma sa quanti registi conosco che prima sputavano sulla tv e ora, dopo tre film andati male, fanno la fila per una serie. Mah!».