America 2005 Fuga dalla notizia

Usa, tv e stampa in crisi. La gente li considera scorretti, inaffidabili e politicizzati. Più che di news, il popolo ha voglia di certezze...

New York


Bastava vedere le immagini di Judith Miller, famosa giornalista Americana del New York Times, in manette, trascinata in prigione da due robusti poliziotti di Washington, per capire che i media degli Stati Uniti sono in crisi. Se la storia della Miller, comunque, ha quasi il sapore di un romanzo alla Tom Clancy, con spie della Cia, «gole profonde», giudici irremovibili e due reporter disposti a rischiare la galera pur di non rivelare le proprie fonti, quella dei media americani sempre più anoressici, in netto declino di simpatie e lettori, ha sapore invece di crisi sociale su larga scala.
Tanto che, per domenica prossima, persino il supplemento dei libri del Times ha deciso di dedicare quattro pagine a tutti quei saggi che stanno per arrivare nelle librerie americane, per cercare di spiegare cosa stia accadendo a quel giornalismo che, fino a pochi anni fa, era considerato il migliore del mondo.
Un tempo c’erano i grandi quotidiani, distribuiti geograficamente tra le grandi città, e tre reti televisive nazionali, con i notiziari serali condotti dai «mezzobusti» che rappresentavano, ognuno a modo proprio, le impeccabili news americane: senza distorsioni politiche, senza condimenti, legate solo ai fatti.
Oggi invece il giornalismo elettronico, i blog, le reti via cavo e il nuovo panorama politico dell’America di Bush hanno cambiato le carte in tavola. Così i vecchi media sono sotto attacco: accusati dalla destra e dalla sinistra di non essere più al di sopra delle questioni politiche, anzi, di far politica loro stessi. Una colpa che, fino a ieri, qualsiasi buon professore di una delle tante università di giornalismo americane avrebbe ritenuto un peccato mortale: degno di licenziamento.
La loro credibilità è caduta così in basso da poter essere definita anoressica; gli scandali come quello di Dan Rather e delle sue bugie sulla leva di un giovane George Bush e quello del settimanale Newsweek, che si era inventato la storia di un Corano gettato nei bagni di una prigione irakena, di certo non aiutano.
I sondaggi parlano chiaro: secondo l’Annenberg Public Policy Center, il 65% degli americani è convinto che i media, di fronte a una notizia falsa o incompleta, invece di pubblicare una rettifica come si faceva ai vecchi tempi, oggi cerchino con tutti i mezzi di nascondere l’errore. Non solo: la stessa percentuale di americani è convinta che - di fronte a una multinazionale che compra spazi pubblicitari - giornali e televisioni siano spesso disposti a nascondere scandali, budget negativi, malefatte e bugie.
Come una moglie che rimane col marito infedele, pur amandolo sempre di meno, anche i lettori e gli ascoltatori americani leggono di meno e trascorrono meno tempo davanti alle news serali. Tra i lettori, si è passati dal 52,6% del 1990 al 37,5% del 2000; la perdita è ancor più forte nell’arco d’età tra i 20 e i 49 anni, una generazione che si sta indirizzando sempre più verso i cosiddetti media elettronici e verso la blogosfera, ossia il mondo di piccoli diari Internet (circa 12 milioni) che cominciano a fare un giornalismo casalingo ma anche provocatorio. E che, indipendenti dai costi tipici di una redazione e dal rapporto simbiotico con l’advertising, possono permettersi di dire ciò che vogliono.
Ad essere in crisi sono, quindi, i media della mainstream americana, criticati dalla destra che finalmente applaude il sorgere di un giornalismo meno liberal e quindi più conservatore. Nel suo saggio intitolato Press bias and politics Jom A. Kuypers ammette che il 14% degli americani si autodefinisce liberal, contro il 26% che si descrive come conservatore. «Invece, tra i giornalisti, c’è la proporzione inversa», scrive Kuypers. «Il 56% si definisce liberal e solo il 18% conservatore».
In un’America dove, trent’anni fa, si potevano vedere sette canali televisivi, oggi la famiglia media ha accesso a 71 reti. Senza aggiungere Internet, che oggi occupa almeno tre ore della giornata di ogni americano. Richard Posner, un giudice della Corte d’Appello di Washington e titolare del blog «The Becker-Posner», sul New York Times ha ammesso che i media americani, oggi, sono più politicizzati che mai: «Il grande successo delle news della Fox, estremamente conservatrici, ha spinto la CNN a gettarsi sempre più a sinistra. I produttori di Atlanta hanno capito di aver perso gli spettatori della destra (passati alla rete rivale di Murdoch) e quindi si sono lanciati verso i liberal, nel tentativo di non perdere anche loro».
Per non perdere audience, i media «alzano la voce e urlano» sempre di più; creando un giornalismo sensationalist. Lo dice James Hamilton nel suo nuovo saggio intitolato All the news that’s fit to sell. «Gli stipendi dei presentatori delle news sono saliti alle stelle perché sono diventati delle vere e proprie star, in un giornalismo che punta tutto sul gossip, sugli scandali e sulle immagini rubate dai paparazzi».
Il problema di questo tipo di «info-news», di un giornalismo fatto per divertire, è che soddisfa profondamente i desideri degli americani. Che sempre meno leggono e ascoltano per informarsi e imparare (o cercare di capire i punti di vista dell’«avversario») e sempre più cercano un giornale o una rete televisiva che rappresenti le loro opinioni. «Agli americani non piace dubitare di se stessi», ha scritto Posner sul Times, «Per cui leggono solo le notizie che confermano che la loro vita è sulla strada giusta». Un giornalismo quindi su misura per i gusti dei propri lettori.
La sete di notizie non c’è più: sostituita dalla sete di certezze, stampate sulle pagine dei giornali. Per questo nel suo saggio intitolato Coloring the news Daniel Okrent ammette che, oggi, molte riviste liberal evitano volentieri di pubblicare notizie sulla violenza dei neri e sui difetti degli omosessuali. Anzi: Okrent ammette perfino che il New York Times «parla dei matrimoni dei gay con lo stesso entusiasmo di un cheerleader di una squadra di football».
Nell’introduzione a un altro recente saggio, The future of media, si legge una riflessione importante: che «una democrazia non può esistere senza un pubblico ben informato». Mentre ormai sempre meno americani s’interessano a notizie di un certo peso, lasciando i dibattiti sociali e politici nelle mani dell’intellighentia.
Attaccano i media liberal anche altri due libri: Bias di Bernard Goldberg, che offre un quadro da insider sulle decisioni editoriali (anti Bush) della rete CBS (quella di Dan Rather) e Weapons of mass distortion, in cui Brent Bozell III annuncia il melt-down, la fine imminente del giornalismo americano di sinistra.