America e Cina la doppia morale per i giustiziati

Cristiano Gatti

È bello che il mondo si fermi, o si agiti, per una singola vita che si spegne. Sarebbe splendido che si fermasse, o si agitasse, per ogni singola vita che quotidianamente si spegne per i motivi più esecrabili, nelle fasce d’età più innocenti, sommandosi una ad una fino a diventare tante migliaia. Ma posto così, spaziando da fame ad Aids, il discorso diventa troppo vago e porta molto lontano, fino ai territori illimitati della noia e dell’indifferenza. Stringiamo allora i confini, restiamo alle vite che si spengono per mano della legge, cioè alle vittime della pena di morte. La sentenza eseguita su Tookie Williams, dopo l’ultimo no alla grazia del governatore californiano Schwarzenegger, ha riproposto puntualmente tutto il frasario e tutto lo scenario riservati alla grande inflessibilità americana, che noi figli di un umanesimo più antico chiamiamo piuttosto crudeltà. Fiaccolate, appelli, sit-in, e soprattutto tanti commenti politici. Un coro assordante, anche se alla fine risultato inutile, purtroppo come in tanti altri casi: ma che almeno ha il merito di infliggere ogni volta all’America la censura indignata di una civiltà più nobile e più evoluta.
Facciamoci tutti i complimenti: ci siamo mossi benissimo, senza risparmio di slogan e di energie. Puntuali e tempestivi. Ma è proprio di fronte a queste prove esemplari di sensibilità che sorge naturale uno strano perché: già, perché prima e dopo le esecuzioni americane tanta sensibilità diventa timida, pallida, pavida? Perché l’immane scandalo della pena di morte diventa così angosciante soltanto quando un americano viene ammazzato dalla giustizia americana?
Guardandoci in giro per il mondo, alzando le antenne senza pregiudizi e paraocchi, le occasioni per mantenere sempre aperta la bottega dell’indignazione non mancano di certo. Casualmente, in qualche remoto reportage nelle sezioni «esteri» dei giornali, ogni tanto si leggono cose spaventose. Per esempio, caso mai fosse sfuggito: anno 2004, i Paesi che ancora infliggono e praticano tranquillamente la pena di morte sono 58. Uno è sicuramente l’America, questo l’abbiamo capito: ma degli altri 57 che vogliamo dire, pace e amen? Nota a seguire: tra i trascurabili Paesi nascosti dall’ingombrante America, la Cina si segnala in qualità e quantità. Nessuno può citare esattamente, anche perché le democratiche autorità del posto non brillano per trasparenza, il numero annuale dei giustiziati. Si va per stime. Secondo Amnesty International, siamo comunque intorno ai cinquemila. Su un dato nessuno discute: da sola, la Cina, esegue più sentenze mortali di quante ne eseguano tutti assieme gli altri 57 Paesi. Dettaglio molto umano: la pena di morte cinese prevede un colpo alla nuca. Il costo del proiettile viene addebitato ai familiari.
Mentre siamo tutti a ciglio umido - giustamente, ripetiamolo fino all’esaurimento: giustamente - per il povero Williams, sarebbe però il caso di guardarci un poco allo specchio: dove finisce questa rabbiosa commozione, quando la pena di morte non è più americana? La domanda va posta. Non bisogna temere le reazioni insofferenti dei conformisti a senso unico. Anche perché l’eccezione di questa brava gente è già abbondantemente nota: un condannato a morte negli Stati Uniti fa più impressione, perché loro si spacciano da sempre per maestri di democrazia. Va bene, nessun problema ad ammetterlo: una vita che si spegne in America per mano della legge è uno scandalo. Ma dannazione, quale differenza c’è tra questa vita - irripetibile, sacra, inviolabile - e le cinquemila irripetibili, sacre, inviolabili vite che ogni anno spariscono dalla Cina nel silenzio generale? Senza fiaccolate, appelli, sit-in. Senza un’ondata di inorridita contestazione. Se quello che interessa davvero è abbattere il mito americano, allora non è possibile neppure dimenticare come per generazioni tanti di noi abbiano coltivato quello cinese. E adesso, di fronte all’insostenibile peso di questi massacri - vogliamo parlare pure della polizia che spara sugli scioperanti? - non possiamo cavarcela come Bertinotti, dicendo allegramente che il paradiso d’Oriente è diventato spietato e crudele soltanto dopo il contatto letale col capitalismo. Amico Bertinotti, non scherziamo: la Cina ha sempre tenuto in allenamento il boia, anche molto prima d’essere traviata dal mefitico Occidente...
In attesa di una pietà più giusta e meno sospetta, perché la pietà non ha aggettivi, salga alto il sommesso requiem per Tookie Williams. Ancora una volta l’America ha sbagliato. Su questo, non si discute. Ma ciascuno, nella sua coscienza, dovrebbe rispondere a una doverosa domanda: l’indignazione per il condannato a morte americano nasce dal condannato a morte, semplicemente e sinceramente, o piuttosto dal vocabolo americano?