America nel caos: ora si rischia la bancarotta E Obama tutti contro tutti tenta la "terza via"

Il presidente Usa lavora a un aumento temporaneo del debito e media tra le ali estreme di democratici e repubblicani. Ma dice &quot;no&quot; al consiglio di Bill Clinton che suggeriva di adottare un decreto. <strong><a href="/interni/i_messaggi_censurati/29-07-2011/articolo-id=537410-page=0-comments=1" target="_blank">Tremonti: &quot;Nel mirino dei mercati, non l'Italia&quot;</a></strong>. Poi spiega: &quot;C'è speculazione ma il nodo è la fiducia nella moneta unica e nella gestione della crisi greca&quot;

New York - Ci mancava solo l’inter­vento provocatorio, a gamba tesa, dell’ex presidente Bill Clinton.Un suggerimento a Obama al limite della costituzionalità: il consiglio di adottare un ordine esecutivo, una sorta di decreto, che richiami una postilla poco nota sul debito pubblico del 1866, quando il Con­gresso approvò un emendamen­to per la ricostruzione dopo la fine della sanguinosa Guerra di seces­sione.

«Caro Obama, se non ci sarà ac­cordo, per evitare il default del go­verno, io innalzerei il tetto del limi­t­e del debito pubblico senza aspet­tare il Congresso; la Costituzione è chiara e mi appellerei senza esi­tazioni al 14esimo emendamento del 1866 e poi, casomai, sarebbe la Corte suprema a fermarmi». È quanto suggerisce l’ex presidente in un’intervista alla rivista The Na­tional Memo , accolta con favore da alcuni esponenti liberal come la potente senatrice della Califor­nia, Barbara Boxer, ma subito boc­ciata dai maggiorenti del partito democratico, per una ragione: l’uso del 14esimo emendamento sarebbe visto dai repubblicani co­me un attentato alla Costituzione. Se Obama firmasse un ordine ese­cutivo di questo genere rischiereb­be di dividere ancor di più quei de­mocratici e repubblicani modera­ti, impegnati in queste ore in un estenuante ma non impossibile trattativa per arrivare a un accor­do dell’ultimo minuto, prima che il default scatti esattamente alla mezzanotte del 2 agosto.

Il portavoce del presidente Oba­ma, Jay Carney, ieri giocava la car­ta dell’ottimismo, convinto che un compromesso per evitare il ba­ratro economico e finanziario alla fine si troverà. Se così non fosse, in­fatti, gli interessi di tutti i mutui verrebbero a costare uno o due punti percentuali in più e così il co­sto del denaro, col rischio che an­che i lavori pubblici, le grandi ope­re e le commesse militari verran­no bloccati e le pensioni non sa­ranno pagate. Di mezzo ci sono an­che gli stipendi di due milioni di impiegati federali (tra i quali i fun­zionari e gli agenti dell’Fbi e della Cia).

«La tentazione di fare da solo è forte, ma non è così che funziona il sistema democratico», ha repli­cato in una nota, smorzando la proposta Clinton, il capo della Ca­sa Bianca, che oltre a dover fron­teggiare l’intransigenza dei repub­blicani, è accusato dalla base libe­ra­l di aver ceduto a troppi tagli pe­santi e «verticali» nella sanità, nel­la scuola e nella ricerca, nell’assi­stenza sociale ai più poveri e anzia­ni. Mentre al contrario l’ala sini­stra dei democratici lo accusa di non aver tagliato le spese militari.

Stessa storia tra i repubblicani, la base più conservatrice, quella del Tea Party, accusa i suoi leader di Washington, e in special modo lo speaker John Boehener, di aver proposto pochi tagli alla spesa pubblica. Il piano di Boehner pre­vede 900 miliardi di dollari di tagli in 5 anni. Gli attivisti del Tea Party vogliono invece il pareggio di bi­lancio come norma costituziona­le, vale a dire 1.300 miliardi di dol­l­ari di tagli nell’anno fiscale in cor­so. Le spese militari non si potreb­bero toccare, anzi andrebbero au­mentate considerevolmente. In pratica un discorso tra sordi, tra due partiti che al loro interno han­no basi sociali diametralmente opposte.

Per questo si affaccia sempre di più l’ipotesi della «terza via», cioè su un piano di compromesso. Nel­la notte, infatti, quasi certamente sarà approvata la proposta Boeh­ner, già definita «morta e senza senso» da uno dei consiglieri del presidente Obama e per questo destinata a naufragare in Senato (a maggioranza democratica). Una bocciatura sonora che arrive­rà quasi certamente anche per il piano del senatore democratico Harry Reid. A questo punto arrive­rebbe il compromesso: un innal­zamento limitato e temporaneo del tetto del debito che si aggiun­gerebbe con un articolo a una leg­ge sugli stanziamenti per l’edili­zia militare, che è già stata appro­vata da Camera e Senato e avreb­be un iter accelerato. Dopo il caos potrebbe tornare la pace.