America’s Cup, con Bmw vela nell’olimpo degli sport

La casa bavarese principale sponsor di Oracle nella gara più importante del mondo. Le analogie con la Formula 1

È la seconda volta che Bmw ha legato il suo marchio alla sfida di Oracle Racing all’America’s Cup: non era mai successo che una casa automobilistica s'impegnasse in modo così diretto nella regata più prestigiosa del mondo. Ma se nella prima occasione, archiviata con un risultato già valido (finalista della Louis Vuitton Cup, battuto solo da Alinghi, vincitore in seguito del trofeo), Bmw è stata sostanzialmente main sponsor, in questa seconda campagna il coivolgimento è stato totale: economico, d’immagine e tecnico. Solo la miglior Luna Rossa della storia è riuscita a impedire alla barca di Larry Ellison di approdare nuovamente all’atto conclusivo della battaglia tra gli sfidanti. È la legge dello sport, ma questo non toglie i significati positivi della sfida, primo tra tutti la presenza in grande stile di Bmw, scesa «in acqua» con tutto il suo potenziale e che ha deciso di fare della vela un veicolo promozionale. «L’impegno con Oracle Racing ha segnato effettivamente una nuova era per noi - spiegano dal quartier general del gruppo automobilistico bavarese - la vela a livello agonistico rappresenta ora il terzo pilastro del nostro impegno nel campo dello sport, insieme alle corse di Formula 1 e al nostro coinvolgimento nelle principali gare di golf. Oracle è un partner che coniuga la tecnologia più avanzata, l’esigenza di una qualità ad altissimo livello e la creazione continua delle soluzioni più innovative: quindi è stato in piena sintonia con il modo di operare del nostro gruppo».
In effetti, molte sono state le peculiarità del team. In primis, l’aver affiancato ai tecnici della casa di Monaco un gruppo di specialisti della progettazione velica quali Bruce Farr (il «guru» della vela) e Jean Kouyoumdjan, considerato il genio del futuro. Poi l’aver creato un equipaggio che è davvero una piccola Onu della vela e che ha chiuso al secondo posto i Round Robin della Louis Vuitton Cup: a guidarlo c’era il neozelandese Chris Dickson, il velista che nell’87 fece scoprire al mondo, timonando Kiwi Magic, il valore dei regalanti di quel Paese. Poi il francese Bertrand Pacé, gli statunitensi Gavin Brady ed Eric Doyle, il danese Sten Mohr, il mitico grinder neozelandese Craig Monk. Tutti con il loro numero personale e la scritta sulla divisa: utile e simpatica novità introdotta dal team, ispirata agli sport professionistici americani e copiata da alcuni avversari.
Insomma, al di là dell’esito sportivo, nessun dubbio che ancora una volta Bmw ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo di una disciplina sportiva.