Gli americani mettono in scena il lavoro

Amidon, DeLillo, Franzen, Wallace e il «destino» della narrativa statunitense: riscoprire l’epica e i fallimenti dei rapporti di produzione

È da poco uscito in libreria un romanzo di grande interesse dello scrittore americano Stephen Amidon: Il capitale umano (Mondadori). Al di là del valore letterario dell’opera, cosa di cui qui non ci occuperemo, risulta degno di qualche riflessione un preciso aspetto del libro, che riflette un carattere unico e - mi sembra - mai esportato della narrativa americana di oggi. Il capitale umano racconta infatti la storia di un immobiliarista sull’orlo del fallimento che si lega a un finanziere da cui spera la salvezza senza sapere che anche lui è in grave crisi. Un aspetto interessante (e non esportabile) della narrativa americana odierna è la capacità di fare del lavoro non solo l’ambiente o la cornice, ma il soggetto delle storie raccontate. In passato, anche in Europa e in Italia si scrivevano molti romanzi ambientati nel mondo del lavoro. Tutta la letteratura sorta in ambito marxista (bisogna andare molto indietro nel tempo) ha cercato di sviscerare, ad esempio, la natura dei rapporti di lavoro e le loro conseguenze. Ma l’operazione non fu compiuta fino in fondo. A dispetto del potenziale proprio dell’analisi marxista, il gusto prevalente faceva sì che alla fine l’accento cadesse non tanto sul lavoro quanto sulle sue conseguenze in termini sociali o affettivi o politici: storie d’amore e di guerra, o di disagio esistenziale e sociale. La componente popolare del comunismo limitava, saggiamente, l’invadenza del lavoro. Quello che non riuscì alla letteratura ideologicamente orientata riesce alla letteratura globalista: quasi che nella società americana di oggi si compisse l’analisi marxista. La storia narrata da Amidon è solo un esempio. Posso ricordare alcune opere di Don DeLillo come Metropolis dove tutte le azioni umane del protagonista (dal nutrirsi al sesso alla gestione dei rapporti personali e affettivi) si svolgono su una limousine attrezzata affinché non un solo istante dell’andamento dei mercati finanziari possa sfuggire all’attenzione. Posso ricordare il capolavoro di Jonathan Franzen, Le correzioni, storia di una famiglia nella quale tutti i membri meno uno consumano il loro dramma individuale e collettivo all’interno del dramma del lavoro. Posso ricordare l’ultimo libro di David F. Wallace edito in Italia, che si apre col romanzo breve Mr. Squishy, storia di un fallimento umano che si consuma durante la presentazione di un nuovo prodotto dolciario, e che viene descritto completamente in termini lavorativi. Il lavoro ci si presenta, in queste opere, come una sorta di teatro che funziona ottimamente e nel quale chiunque è obbligato a recitare la sua parte di vincente. E anche se in realtà sta perdendo, la sconfitta verrà espressa nel linguaggio della vittoria, che è il solo linguaggio ammesso. Il lavoro come appare nelle opere di Amidon, e in quelle degli altri autori citati ci appare come una serie infinita di sorrisi che disegnano un fallimento: un fallimento che non è di questo o quell’individuo, ma appartiene al sistema come tale. E che si rapporta ai diversi personaggi al modo di un destino. Il destino, poi, non sarà più affidato agli dèi bensì a una specie di macchina tutta materialista e storica (dunque, il compimento del marxismo), che ormai procede da sola, e produce ambizione, carrierismo, denaro, leggi, divorzi oltre agli uomini giusti per vivere fino in fondo il fallimento che questo sistema alimenta. Provare per credere. La letteratura americana odierna possiede un senso del destino più forte di quella europea, e la logica dei rapporti di produzione è stata metabolizzata meglio qui che in ogni altro tempo e luogo. È l’incombere di una rovina, di uno smarrimento, di un precipizio, di una perdita già scritta in un universo profondamente insensato ma ordinato che sovrasta gli individui e ne determina i passi, in contrasto con un’Europa dopolavoristica, caotica, edonista, che non crede in nessun destino e non sa parlare del lavoro. È uno spunto, niente più. Ma c’è da giurare che «lavoro» e «destino» siano parole affini. Del resto, era così anche per i popoli primitivi, per i quali il destino altro non era che l’instancabile lavorìo dell’universo, che non si ferma mai, e degli dèi che lo amministrano. Oggi, al posto degli dèi, basta un buon manipolo di amministratori delegati.