Americani nel bunker con mogli e carrozzine

Federico Ferri

da Amburgo

Gli Stati Uniti si allenano a Norderstedt, un paesino a venti chilometri dal centro di Amburgo dove per strada si sente l’odore del concime ma neppure il rumore di un’automobile. Poco prima delle undici del mattino, il silenzio si rompe: passa la carovana composta da venticinque motociclette, sette pullmini, quattro blindati delle squadre speciali e sette automobili con sirene in funzione. In mezzo, il pullman degli States: «United we play, United we win». Uniti giochiamo, uniti vinciamo. Si vedrà.
Mentre ancora risuonano gli ululati delle sirene, la cagnetta Kura annusa accuratamente zaini, borsette, obiettivi di macchine fotografiche e telecamere. Fino al nostro microfono. Con tanto di sbavata che potrebbe anche fare schifo, a chi amante dei cani non è. Ma è vietato lamentarsi, Kura è proprio brava, non le sfugge nulla. Altro che metal detector. Qui ci pensa lei, mascotte di un sistema di sicurezza che, con discrezione (trasferimenti a sirene spiegate a parte) segue ogni movimento di ogni singolo componente della delegazione americana in Germania.
Lo scopo è quello di non creare panico con l’ostentazione della blindatura, con l’effetto bunker. Controllare tutto, ma facendo quasi finta che i controlli non ci siano. E che la vita continui come sempre. Così si spiega la scelta di sistemare il ritiro nel pieno centro di Amburgo. In un mega hotel, il Park Hyatt, che svetta all’interno di un centro commerciale nel cuore della zona pedonale più frequentata della città. Come se gli Usa dormissero in piazza Duomo a Milano, o circondati dai negozi di via Condotti a Roma. Dentro il fortino i giocatori mangiano, dormono, incontrano fidanzate, mogli e figli. E si sottopongono al rito della conferenza stampa, dove talvolta si annotano perle come quella di Eddie Johnson, che ha paragonato l’avventura della coppa del mondo ad una guerra (sportiva, s’intende...) o come l’addetto stampa Michael Kammarman, che per fare il fenomeno con i giornalisti italiani ha invitato i suoi connazionali a trattare con gli arbitri come fanno qui da noi. «Ma era solo una battuta», spiega al termine della conferenza stampa.
Dopo la quale, solitamente, giocatori e staff vivono l’ora d’aria. In mezzo alla vita che fuori scorre. Così incontriamo proprio Eddie Johnson che passeggia con moglie per mano e bimbo nel passeggino. Da solo, ma come è possibile? Poi ti guardi bene intorno e scopri che dietro di lui fanno finta di guardare la vetrina di un negozio di sigari un paio di signori ben vestiti, uno di beige, l’altro di blu. Con auricolare all’orecchio e occhi bene attenti. Che controllano, con discrezione.