«Amianto nella scuola di Penati»

nostro inviato a Colombo (Sri Lanka)
Le ghirlande di fiori fucsia con cui i bambini aspettano «gli italiani» sotto un sole che spacca già di buon mattino, sono più grandi di loro. Alle spalle il portone con i nastri pronti per l'inaugurazione della scuola che la Provincia di Milano, con l’aiuto della Caritas e dell’arcivescovo Oswald Gomis, ha costruito a Negombo. Pochi chilometri da Colombo, la capitale dello Sri Lanka dove, a due anni dallo tsunami, grazie alla cooperazione internazionale oggi si ricomincia a vivere. Ma i ragazzini hanno ancora gli occhi nerissimi e un po’ tristi di chi un giorno ha visto arrivare un’onda che in un attimo ha portato via la casa, la scuola, a molti anche genitori e fratelli. Antiche tradizioni raccontano che il Signore, per creare il paradiso terrestre, scelse proprio Ceylon. L’isola disegnata come una lacrima, lì sotto l’India e che il cataclisma del 26 dicembre 2004 ha trasformato in un inferno. Solo qui almeno 40mila degli oltre 280mila morti a cui va aggiunto un numero di dispersi che nessuno potrà mai nemmeno contare. In un Paese a grande maggioranza buddhista, Negombo è la «piccola Roma», un’enclave cattolica dove preti dalla tunica bianchissima promettono ai piccoli un futuro, strappandoli dalla strada e dall’ignoranza. Magari dal fanatismo delle tigri tamil che, per ferire a morte il leone della bandiera nazionale, solo qualche giorno fa hanno cercato di colpire il porto di Colombo mandandogli addosso una nave piena di esplosivo.
«In scientia et virtute» recita allora lo stemma del St. Joseph’s, college in perfetto stile coloniale con tanto di divise all’anglosassone che, grazie alla generosità dei milanesi, nel piccolo centro dove 500 famiglie restarono senza tetto e lavoro, ora ha una splendida sede decentrata rispetto alla casa madre della capitale. All’inaugurazione anche un monaco buddhista, il cranio rasato e la veste arancione. «Questa è la scuola di tutti i bambini». Un perfetto esempio di rito ambrosiano, racconta con un pizzico di commozione Filippo Penati. «L’emozione - spiega - è poter vedere che gli aiuti non vanno dispersi, ma diventano qualcosa di concreto. E quale scelta migliore? Se i giovani sono il nostro futuro, abbiamo il dovere di costruire loro una scuola e gettare le basi affinché proprio questo futuro sia solido e pieno di speranze». La struttura, che potrà ospitare 320 alunni, è stata costruita con i versamenti raccolti nel conto corrente di banca Intesa e con un contributo di 145mila euro messo a disposizione da Palazzo Isimbardi. In tutto 585mila euro serviti, oltre che per il college, per 12 abitazioni di pescatori nel villaggio di Kalamulla, per i potabilizzatori da 50mila litri di acqua potabile all’indomani della tragedia. Forse degna di miglior causa la polemica innescata dal capogruppo di An Giovanni De Nicola. «Un’ottima iniziativa - premette -. Peccato un piccolo neo. Tra i materiali con cui si è costruito il tetto sembra ci sia anche l’amianto». Accusa subito rinviata al mittente. «Siamo venuti apposta per controllare la qualità del lavoro - ribatte Penati -. E i certificati dimostrano che è tutto in regola». Sul palco i ragazzini esorcizzano l’incubo con un balletto ispirato allo tsunami. I costumi azzurri che ricordano le onde, strappano uno di loro dalla spiaggia e lo trascinano lontano. Poi Penati si fa piccolo piccolo per entrare in un banchetto circondato da bambini che già sembrano meno tristi. Sulla cattedra l’insegnante fasciata in uno splendido sahari di seta. «Avessimo avuto anche noi una maestra così, avremmo studiato di più». Gli italiani.