Gli amici-detective di Patrick: "Chi lo ha visto si faccia vivo"

Contro-indagine. Tam tam da un locale
all’altro alla ricerca
di testimoni
che possano scagionarlo

In attesa che gli inquirenti calino gli assi dell’inchiesta o quantomeno che qualcuno tra i ragazzi-bene finiti in gattabuia si decida a crollare, il giallo di Perugia si affolla di verità, vere o presunte. Sono quelle che arrivano dai parenti dei protagonisti giunti nel capoluogo umbro alla ricerca di giustizia o di salvezza. Il padre e la sorella della vittima tentano, per quanto possibile, di dare una mano alle indagini ricostruendo il collage degli ultimi giorni di Meredith, alla luce dei racconti telefonici di una ragazza che amava lo studio e anche l’Italia. A suo padre John la sfortunata Mez parlava quasi ogni sera e un po’ di tutto; anche di Amanda, l’americana in carcere con l’accusa di averla uccisa insieme a Patrick Lumumba e Raffaele Sollecito. E gliene parlò come di una ragazza «molto sicura di sé e un po’ eccentrica». Sentito dal pubblico ministero Giuliano Mignini, John Kercher ha detto di aver visto l’ultima volta sua figlia «a fine settembre o i primi di ottobre, quando Meredith è venuta da noi per prendere gli abiti invernali». Era preoccupata di qualcosa? «No, mia figlia - è stata la risposta - è sempre stata serena e allegra e non mi ha mai rappresentato problemi con persone». Su Raffaele Sollecito, invece, solo un breve accenno: «L’unico commento che Meredith fece - ha risposto Kercher - è che Amanda era arrivata da appena una settimana e aveva già un fidanzato». Nessun riferimento, invece, a Lumumba: «No, non me ne ha mai parlato, anzi non mi ha fatto alcun riferimento ad alcun ragazzo».
Il giorno dell’omicidio, John Kercher non richiamò più sua figlia. «L’ho chiamata soltanto il venerdì (2 novembre) alle 17, quando sono venuto a sapere dalla mia ex moglie della morte di una ragazza inglese avvenuta a Perugia, ma inizialmente il telefono era irraggiungibile, poi suonava senza però avere risposta». La sorella di Meredith, Stephanie, di 24 anni, ha invece ricordato la sorella come una ragazza attenta, «dal forte senso pratico, che non faceva abuso di alcol o droghe». Al pubblico ministero Giuliano Mignini, Stephanie ha spiegato che «nell’ultima settimana di vita di mia sorella ci siamo scambiate e-mail e sms parlando di quando sarebbe tornata a casa. Non mi ha mai parlato - ha proseguito Stephanie - di ragazzi che abbia conosciuto a Perugia, e tantomeno di Patrick o di Sollecito. Posso solo dire che mia sorella aveva molto senso pratico, era attenta e non faceva abuso di alcol o droghe. Non mi ha mai parlato - ha concluso - della festa di Halloween».