Amico Bus: l’incubo dei disabili

Appiedati, al freddo e al gelo. Altro che Amico Bus. Per le persone con disabilità, residenti nella provincia di Roma, che non sono in grado di usufruire del normale trasporto pubblico, il destino può giocare brutti scherzi. A causa della riduzione del personale, le corse dei 25 pulmini, messi a disposizione dall’amministrazione provinciale e gestiti dall’Ati, stanno subendo mostruosi ritardi ed anche cancellazioni, tanto che alcuni disabili, persino minorenni, rimangono, loro malgrado, «impalati» alla fermata e soggetti a qualsiasi tipo di intemperie, nell’attesa, vana, dell’arrivo della vettura.
L’ulteriore beffa, è che da giugno il servizio è diventato a pagamento, con un costo del cosiddetto «ticket integrativo» di 5 euro, per la sola andata. Ma non essendo stati gli utenti avvisati del cambiamento, a volte tocca all’autista anticipare di tasca sua l’importo del biglietto. Intanto, fioccano gli esposti - ben 12 finora - presentati alle forze dell’ordine. Le associazioni sindacali Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uil e Ugl Trasporti hanno proclamato all’unanimità lo stato di agitazione per sottolineare «il grave stato in cui versa il servizio speciale di trasporto a chiamata e prenotazione Amico Bus e i turni massacranti, fino a 18 ore, ai quali sono costretti gli autisti in organico». Amico Bus, l’ex +Bus, si occupa di trasportare, a partire dal 2005, all’interno del territorio provinciale, i soggetti con gravi handicap, con disabilità psichiche e chi è colpito da un’invalidità civile non inferiore al 74 per cento e da cecità civile. Gli utenti iscritti superano i 4 mila per una media di 8 mila viaggi l’anno. È concesso un solo viaggio al giorno, al massimo di andata e ritorno, dal lunedì al venerdì dalle 7.30 alle 24, il sabato e la domenica dalle 15 alle 24. Il precedente bando triennale, gestito dalla società consortile Opere Generali, metteva a disposizione 12 milioni di euro, per l’esattezza 4 l’anno. Quello attuale, che ha affidato il servizio all’associazione temporanea d’imprese Ati, a partire da giugno 2009, ha ridotto il budget a 7 milioni triennali, ovvero poco meno di 2,5 milioni l’anno. La prima conseguenza è che si è passati dai 45 pulmini, da 9 posti ciascuno, del vecchio servizio ai 25 odierni.
Ma la sforbiciata più pesante l’hanno ricevuta i lavoratori. Basti pensare che alla scadenza del primo appalto, il 19 gennaio 2009, erano presenti in organico ben 64, poi tutti licenziati mentre ora ci sono dieci unità. «Questo implica che gli operatori sono costretti anche a 18 ore consecutive di servizio mentre il contratto ne prevede al massimo 12, con sole 9 ore di guida» affermano i sindacati. L’Ati si giustifica presentando richieste dell’utenza inferiori del 60 per cento rispetto alle indagini di mercato, un calo che avrebbe comportato la mancata assunzione di 25 nuovi lavoratori, prevista a partire dallo scorso 30 ottobre ma che, di fatto, non è avvenuta.