Ammainato il tricolore l’Italia abbandona l’Irak

Fausto Biloslavo

In Irak il tricolore è ammainato, si torna a casa. Ieri gli ultimi 44 soldati della missione Antica Babilonia si sono imbarcati su un velivolo da trasporto C 130 che li ha riportati in patria. La nostra bandiera ha sventolato, fra gioie e dolori, per quasi tre anni e mezzo nell’assolata provincia di Dhi Qar. La issarono per la prima volta i bersaglieri della brigata Garibaldi, nel giugno del 2003, quando ancora non si sapeva che dalla guerra contro Saddam non sarebbe arrivata subito la pace. A White horse, la prima base del contingente italiano di circa tremila uomini, che si davano il cambio ogni 4-6 mesi, il tricolore era sempre un punto di riferimento durante le tempeste di sabbia. Per la prima volta è stato calato a mezz’asta il 12 novembre 2003, quando terroristi suicidi a bordo di un camion imbottito di tritolo fecero saltare in aria la base dei carabinieri a Nassirya, il capoluogo della provincia. Sotto il tricolore sono passate le colonne che andavano a liberare i ponti della città occupati armi in pugno dagli estremisti sciiti dell’Esercito del Mahdi. Davanti alla bandiera si sono svolte le cerimonie con gli iracheni, sia per l’addestramento delle forze di sicurezza locali, sia per i ringraziamenti all’impegno italiano in campo umanitario.
Ieri sono stati sempre gli uomini della Garibaldi ad ammainare il tricolore che avevano portato in Irak all’inizio della missione. Nelle grande base alleata di Tallil, un ex aeroporto militare di Saddam, la cerimonia ha raggiunto il suo culmine quando il generale Carmine De Pascale, comandante dell’ultimo contingente, ha chiesto al ministro della Difesa l’autorizzazione ad ammainare la bandiera che aveva sventolato nel deserto per 1.255 giorni.
Sul piazzale di Camp Mittica, la base italiana che abbiamo donato al nuovo esercito di Bagdad, erano schierati i nostri reparti, oltre a quelli iracheni, romeni, americani e australiani. Il ministro Arturo Parisi ha risposto «Si ammaini la bandiera» ed il Tricolore è sceso accompagnato dal presentatarm e dalle note dell’inno di Mameli suonate da un trombettiere. «Anche se la provincia di Dhi Qar dispone di un quadro di sicurezza adeguato ­ ha spiegato Parisi - noi siamo consapevoli che le fiamme dell'incendio divampano ancora in molte parti dell'Irak». Al suo fianco c’erano il capo di Stato Maggiore, ammiraglio Giampaolo Di Paola, l’ambasciatore italiano a Bagdad, Maurizio Melani, ed il governatore della provincia, Aziz Al Ogheli. Quest’ultimo ha ricordato che «gli italiani hanno mescolato il loro sangue con il nostro per difendere la libertà e la democrazia dai terroristi. Speriamo che il rapporto tra Irak e Italia si rafforzi sul piano economico e politico».
Il ministro degli Esteri iracheno Hoshyar Zebari, ha rivelato dalla Giordania che, nel giugno scorso, all’incontro con il suo omologo italiano Massimo D’Alema, gli disse: «Andatevene all'italiana, con gradualità, calma e intelligenza, non come gli spagnoli che hanno tagliato la corda». Il governo Prodi ha mantenuto la promessa ai suoi elettori, ma in realtà il ritiro coincide con la data già indicata dall’esecutivo di Silvio Berlusconi che aveva previsto il rompete le righe entro la fine dell’anno.
Ieri, il ministro della Giustizia, Hashimal-Shebly, in visita a Siracusa, ha ancora avanzato la speranza che l'Italia «possa riconsiderare il ritiro delle truppe dall'Irak». Parisi ha ribadito che il nostro Paese resterà al fianco degli iracheni, ma a Tallil rimane solo un drappello di una decina di tecnici, guidato da una funzionaria della Farnesina. Un pallido ricordo di quello che avrebbe dovuto essere il Provincial reconstruction team italiano, per continuare con forza gli aiuti umanitari e l’opera di ricostruzione. Alla fine Parisi ha pronunciato i nomi di tutti i caduti in terra irachena. Trentanove italiani, compresi i civili, sono morti in Irak, in gran parte vittime di attentati.