Amman, anche marito e moglie tra i quattro attentatori suicidi

Gian Micalessin

Dopo le donne e i bambini arrivano le coppie sposate. L’inedita anteprima sulla scena del terrorismo suicida questa volta spetta alla succursale irachena di Al Qaida. E il suo addetto stampa, l’infaticabile Abu Maysara al-Iraqi, pierre preferito della formazione e del grande capo Abu Musab Zarqawi, non manca di farlo sapere. Dopo il primo scarno comunicato in cui rivendicava la triplice strage negli hotel di Amman e il secondo in cui spiegava perché Al Qaida ritenga cosa buona e giusta macellare arabi e musulmani innocenti, Abu Musayra ne mette su internet un terzo dedicato all’esordio della famiglia suicida. Un esordio - come spiega l’addetto stampa di Zarqawi - ispirato soprattutto dalla moglie «che voleva seguire il marito nel martirio».
Ma la donna, anche da martire suicida, resta pur sempre donna. Mentre ai tre «lui» del commando il pierre fondamentalista attribuisce uno pseudonimo, lei viene liquidata alla stregua di un prolungamento del coniuge. Un essere senza nome che segue il marito Abu Omair nell’attacco alle sale del Days Inn. Una volta dentro l’hotel, utilizzato dall’ambasciata israeliana, la coppia suicida si fa esplodere nella zona più affollata della lobby sperando di far strage d’ebrei. «Contemporaneamente - elenca il comunicato - Abu Khabib, capo della cellula suicida, si faceva saltare nel bar del Radisson seguito da Abu Maath, che aveva scelto lo Hyatt Amman».
Il terzo comunicato di Al Qaida, oltre a fornire i nomi di battaglia degli attentatori, aggiunge anche che erano «tutti iracheni, figli della terra dei due fiumi». Una strage, insomma, a denominazione d’origine controllata messa a segno dal giordano Zarqawi usando solo materiale umano iracheno. Una sottolineatura di come l’Irak sia il nuovo vivaio da cui il terrorismo suicida è pronto a colpire stati arabi e occidentali. «Aspiravano a morire e hanno scelto la strada più rapida per conseguire la benedizione di Dio», racconta Abu Mayasara, che spiega la necessità di utilizzare «cinture esplosive per garantire maggiore efficacia nel colpire gli obbiettivi». Spiegazione singolare per tre attentati che hanno puntato al mucchio grosso uccidendo, fra le 57 vittime, 33 giordani, sei iracheni, due cittadini del Bahrein, un arabo israeliano e un saudita. Certo il riconoscimento dei sedici corpi non ancora identificati potrebbe aggiungere qualche nome occidentale all’elenco dei morti, ma per ora l’ultimo massacro di Al Qaida sembra colpire soprattutto arabi e musulmani. Un dettaglio irrilevante per il pierre di Zarqawi, che definisce gli hotel colpiti «luoghi di ritrovo preferiti dagli uomini dei servizi segreti americani, israeliani e di altri Paesi occidentali, dai convogli dei crociati e dai rinnegati che fanno la spola con l’Irak per spargere il sangue dei musulmani». Gli unici funzionari dei servizi segreti tra le vittime sono però il generale Bashir Nafeh, responsabile dell’intelligence palestinese in Cisgiordania, e un altro agente palestinese 34enne.
Dopo aver definito la Giordania uno Stato cuscinetto d’Israele, il comunicato lascia presagire un’imminente attacco sul territorio israeliano. «Non passerà molto tempo - promette Abu Maysara – prima che i raid dei mujaheddin arrivino fin dentro lo Stato ebraico».
L’ondata di sdegno collettivo suscitato dal massacro degli hotel intanto non si placa. Anche ieri migliaia di cittadini sono scesi in piazza urlando slogan contro i terroristi dell’Al Qaida irachena e il loro capo Abu Musab al Zarqawi. «Amman non si tocca. Zarqawi sei un codardo», gridavano le oltre tremila persone unitesi in corteo dopo la fine della preghiera del mezzogiorno. «L’indignazione è enorme perché è stata colpita soltanto gente innocente», ha detto il re Abdullah, promettendo la consegna dei colpevoli alla giustizia. Gli uomini dei servizi di sicurezza giordani hanno arrestato finora almeno 120 persone, tra cui molti iracheni, ma gli stessi funzionari avvertono che gran parte di loro «potrebbero risultare innocenti».
La condanna popolare si moltiplica man mano che compaiono sui giornali le storie drammatiche delle famiglie coinvolte nel massacro. Sedici delle vittime dilaniate dall’attentatore fattosi esplodere tra i tavoli di un banchetto nuziale appartenevano a una sola famiglia palestinese originaria della Cisgiordania. E grande emozione suscita anche la fine del regista siriano con passaporto americano Mustapha Akkad, arrivato all’ospedale gravemente ferito e stroncato da un infarto provocato dal dolore per la morte della figlia 34enne Rima, spentasi tra le sue braccia subito dopo l’esplosione.