Amministrative, adesso Fini non ci crede più E dal simbolo del Fli fa cancellare il suo nome

In vista delle amministrative Fini cancella il suo nome dal logo di Bastia Umbra. All'<em>Unità</em> confida le sue paure: &quot;La mia impresa non può misurarsi in questa occasione&quot;. E guarda alle politiche sperando ancora di mandare a casa il Cav. Ma la sua sembra già una resa...

Quando era stato reso pubblico il simbolo di Futuro e Libertà, campeggiava sullo sfondo azzurro il suo nome. Quattro lettere a caratteri cubitali che facevano ombra al nome del partito. Poi quelle quattro lettere sono sparite in vista delle elezioni amministrative che, con l'avvicinarsi della data fatidica, sembrano spaventare i futuristi. Ma, per il futuro del Fli, Gianfranco Fini vede ancora il suo nome nel logo che sarà presentato alle elezioni politiche. Ora che i sondaggi danno i futuristi a misere percentuali il presidente della Camera assicura di non curarsi del voto alle amministrative, ma che punta tutto sulle prossime politiche.

"Non so quando questa legislatura finirà - spiega Fini in un colloqui con l'Unità - né mi azzardo a fare previsioni impossibili. Però solo allora, con Futuro e Libertà e il mio nome scritto nel simbolo, ci potremo misurare davvero alle urne e si saprà dove ci porta questa sfida che è ancora in corso". Una sfida che dal 14 dicembre - da quando a Fini non è riuscita la spallata al governo - è in caduta libera con i falchi che beccano le colombe, con i parlamentari che abbandonano il nido futurista, con le allenze a sinistra che fanno storcere il naso agli elettori, con le manifestazioni al fianco del Popolo viola e dei dipietristi. L'impresa di Fini di creare "un altro centrodestra", alternativo all'asse Pdl-Lega, sembra un vero e proprio sucidio politico. 

Senza perdere occasione di accusare Silvio Berlusconi di averlo cacciato dal partito, Fini prova a guardare avanti. Ma chiude un occhio sulle amministrative il cui voto a metà maggio rischia di segnare una nuova sconfitta per il presidente della Camera. Per questo, Fini preferisce guardare più in là. Alle politiche, appunto. "Le amministrative sono il banco di prova più difficile - spiega - e comunque un terreno poco adatto". Per il presidente della Camera resta importante che il Terzo polo sia presente alle amministrative perché "rappresenta la realtà di una alternativa che si sta delineando". In realtà, anche al banco di prova delle comunali, l'alternativa è tutt'altro che chiara. Non mancano, infatti, i distinguo. Il centrista Pierferdinando Casini è irritato per la smaccata strategia anti berlusconiana di certi falchi finiani, mentre in svariati Comuni il Fli affianca il proprio simbolo alla sinistra spiazzando definitivamente i propri elettori. Il laboratorio siciliano, all'interno del quale il governatore Raffaele Lombardo è riuscito a mettere insieme un'accozzaglia di simboli, non ha fatto altro che far perdere consensi alle opposizioni.

Fini è, tuttavia, conscio del fallimento. "Non è questa la partita più importante", continua a ripetere il presidente della Camera. Non è infatti un caso se il simbolo presentato a Bastia Umbra non abbia più al suo interno il nome del leader. "Quando gli fa comodo, o quando crede che gli possa fare comodo, fa uno o più passi avanti - commenta il protavoce del Pdl, Daniele Capezzone - quando invece non gli fa comodo, o quando crede che gli possa non fare comodo, fa una rapida corsa all’indietro". Per mesi, ha occupato giornali e televisioni con un protagonismo scatenato gettando nell’agone politico una carica che doveva esere al di sopra delle parti. Ma ora che vede le elezioni come una grave minaccia di ridimensionamento del neonato partito, già si affretta a dire che il voto amministrativo non è un banco di prova. "Sul coraggio di una simile leadership - ironizza Capezzone - ognuno si è già fatto un’idea".

Fini sogna, comunque, la spallata. Spera ancora di riuscire a scalzare Berlusconi da Palazzo Chigi. Ce l'ha ancora con lui ("mi ha espulso a freddo dal partito") e con il Pdl ("è uno, nessuno e centomila") e vuole la vendetta. Ricordando sulla famosa direzione nazionale in cui gridò "Che fai, mi cacci?", Fini dice che il Cavaliere è stato "traumatizzato" e spiega che tra i fattori in gioco della liticata possono "esserci anche le indagini giudiziarie che risalgono proprio a quel periodo". Era, infatti, l'estate in cui i pm di Milano muovevano i primi passi per montare il Rubygate. "Berlusconi ha valutato che in quel momento gli tornasse utile avere un nemico - accusa Fini - non sopporta l'idea che possa emergere qualche altra personalità".

Accuse dure e dichiarazioni sibilline che non nascondono l'accesa rivalità del presidente della Camera nei confronti del Cavaliere. Fini aveva contato troppo sul quel 14 dicembre assaporando la possibilità di far fuori (politicamente) il suo nemico. Non gli è riuscita, gli rimane tanta amarezza. "Se fosse andato diversamente - ammette - sarei stato io a fare come fece Bossi e Berlusconi sarebbe andato a casa". Sogni a occhi aperti. Sogni che non si realizzeranno nemmeno alle amministrative. Sogni che Fini è destinato a fare ancora a lungo.