Ammiraglia Usa nel mar Nero, Mosca non si fida

Musica, banchetti di souvenir, bandiere georgiane e statunitensi. In numerosi si riversano sulle banchine del porto di Poti per dare il benvenuto alla nave da guerra americana Mount Whitney, carica di aiuti umanitari per le vittime della guerra tra Mosca e Tbilisi. L’ammiraglia della Sesta flotta della Marina Usa ha attraccato nel pomeriggio di ieri a largo del porto bombardato durante il conflitto di agosto. La polemica di rito, però, si era già accesa diverse ore prima. Il Cremlino guarda con sospetto al rafforzamento della Nato nel mar Nero e avverte che l’ultima missione statunitense potrebbe contravvenire alle Convenzioni internazionali. In realtà a Mosca ci si domanda come è possibile che grandi quantità di aiuti umanitari possano essere consegnati da navi così sofisticate. La Mount Whitney è molto più grande delle altre due imbarcazioni già arrivate nella zona con lo stesso fine. E il dubbio è che le sue stive possano nascondere armamenti destinati al governo filo-occidentale del presidente Saakashvili.
La presenza di navi da guerra straniere nel mar Nero è disciplinata da accordi internazionali; in particolare, la Convenzione di Montreux 1936. A questa si riferisce Andrei Nesterenko, portavoce del ministero russo degli Esteri, quando avverte che «se si registrassero violazioni, Mosca solleverebbe la questione alle Nazioni Unite». Tutto sommato, però, la reazione russa all’arrivo della Mount Whitney non ha usato i toni minacciosi, sfoderati in occasione delle ultime missioni straniere nella zona. Nesterenko ha tenuto a precisare che non «si parla di alcuna possibilità di azioni militari o qualcosa di simile».
Più duro, invece, l’attacco dello stesso portavoce al vice presidente americano Dick Cheney, in viaggio nel Caucaso: «Le sue nuove promesse alla Georgia su una rapida adesione alla Nato rafforzano semplicemente i pericolosi sentimenti di impunità del regime di Saakashvili e incoraggiano le sue pericolose ambizioni». Silenzio invece sul rinnovato appoggio di Cheney alle ambizioni Nato di Kiev: la crisi politica in corso basta da sola a frenare temporaneamente la corsa dell’Ucraina, anche verso la Ue.
Per il governo di Tbilisi, Poti è ancora «occupata»: i russi si sono ritirati, ma mantengono check point all’entrata della città. Testimoni raccontano che i soldati dell’Armata rossa continuano a scavare trincee. Intanto a Poti si è passati dalla legge marziale allo stato d’emergenza. La città «stava subendo troppe perdite economiche», spiega il sindaco Vano Saghinadze. Gli sminatori hanno autorizzato la riapertura di alcune basi militari e delle strutture della guardia costiera. Gli impiegati possono tornare a lavoro. Ma ancora non si sa quando: oggi, domani o più in là.