Amnistia, tanto rumore per nulla

Paolo Armaroli

Alla Camera è andata come doveva andare: tanto rumore per niente. Nello spazio di un pomeriggio l’assemblea di Montecitorio ha approvato gli emendamenti soppressivi presentati da Alleanza nazionale e dalla Lega. E così l’amnistia, che estingue il reato, e l’indulto, che condona la pena in tutto o in parte, sono stati sonoramente bocciati. La decisione, del resto, era nell’aria. E non ci vuol molto a capire il perché. Basterà ricapitolare gli alti e bassi (più bassi che alti, per il vero) che si sono registrati alla Camera nel giro di appena un paio di settimane.
Com’è noto, Casini il 27 dicembre scorso convoca in seduta straordinaria la Camera dei deputati. Un atto obbligato, il suo. Difatti a richiederla è un terzo dei suoi componenti. Ma lo fa di malavoglia. Non già perché una convocazione della Camera tra Natale e Capodanno gli guasti le feste, dal momento che Casini non è mai venuto meno ai suoi doveri istituzionali. Ma perché consapevole che un provvedimento sull’amnistia e l’indulto non è maturo. Con il risultato che si sarebbe finito per non cavare un ragno dal buco. E non ha certo bisogno della classica sfera di cristallo. Gli basta prendere buona nota dei lavori della commissione Giustizia, che fino allora avevano registrato un nulla di fatto.
Già che c’è, Casini mette i puntini sulle i. Appellandosi a un precedente che risale alla presidenza di Nilde Iotti, anziché conformarsi a una richiesta di votazione, si limita ad aprire una discussione intesa a chiarire una buona volta la posizione dei diversi gruppi parlamentari. E fa benissimo. In aula, tra un andirivieni a l’altro, si presentano solo in 150. Dunque non sono pochi i firmatari dell’autoconvocazione che si sono armati e poi hanno fatto partire gli altri. Così il numero legale sarebbe platealmente mancato e tutto si sarebbe risolto con disdoro della Camera. D’altra parte, dopo che i gruppi dicono la loro, è evidente che non c’è spazio per un’amnistia e forse neppure per un indulto.
Tentare, si sa, non nuoce. Così la commissione Giustizia, che aveva in passato fatto proprio il motto dell’Accademia del Cimento prima di gettare la spugna, martedì scorso ci prova ancora una volta. Ma con scarso successo. Perché in questa torre di Babele la confusione delle lingue non può essere maggiore. Del resto, se un risultato non lo si è ottenuto durante l’intero arco della legislatura, è altamente improbabile un miracolo in zona Cesarini. In effetti, tardi discepoli di Hobbes, i componenti della commissione danno vita a una guerra di tutti contro tutti. Battibeccano non solo sulla data di efficacia del provvedimento di clemenza, ma sullo stesso merito. An e Lega non fanno mistero dell’assoluta indisponibilità a ogni ipotesi di perdono. Ds e Margherita, non senza svariate eccezioni, vogliono l’indulto ma non l’amnistia. Forza Italia non è pregiudizialmente avversa all’indulto, a patto però che passi anche l’amnistia. Mentre i gruppi minori di sinistra, a cominciare dai Verdi, vorrebbero l’una e l’altra cosa.
Come il notaio di Arbore, giovedì l’assemblea di Montecitorio non fa altro che confermare l’orientamento prevalente della commissione. Respinge sì le pregiudiziali di costituzionalità e di merito, nonché la questione sospensiva presentate da An e dalla Lega. Ma poi, bocciando gli articoli 1 e 6 del provvedimento, lo cola definitivamente a picco. E ora Pannella e i suoi cari se la rifanno con l’Ulivo, del quale ormai fanno parte integrante, perché con i suoi veti ha gettato tutto ai pesci. La morale della favola è presto detta. Il masochismo del leader radicale non ha limiti: si schiera da una parte e poi, vera spina nel fianco, la tormenta di continuo. Mentre l’Ulivo con le sue lotte intestine ogni giorno di più sta perdendo la pace. Altro che Unione!
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