«Amo i personaggi malvagi: voglio capire chi è il Diavolo»

Quando ti parla con la sua splendida voce, tutta cupe risonanze e improvvisi accenni di risa, credi di avere a che fare non con Kevin Spacey ma con un ventriloquo che, imitandolo, si diverta a confondere le acque. Non glielo nascondo e con mia gran sorpresa lui mi dà ragione asserendo che «l’attore deve sempre comportarsi da attore nascondendo la sua vera personalità». Ma questo non mi basta, tanto è vero che gli obbietto: da lei mi aspetto una risposta inconfutabile, e non un fuoco d’artificio di parole. Lui però non si scompone e mormora tra i denti: «L’artificio è la sola risposta plausibile e io mi diverto un mondo a farne uso».
Può farmene un esempio?
«Tempo fa a un club femminile di fan che mi chiese per lettera se fossi gay, risposi testualmente "Credetelo pure, mie care, anche questo può incrementare la mia leggenda". Spiritoso, non trova?»
Insomma, lei rivaluta la privacy: una nozione un po’ logora, non crede?
«Tutt’altro! Lei dimentica che questa era la prassi di Greta Garbo che ha costruito la sua fama negandosi addirittura a qualunque intervista».
Non era una precisa strategia dello Studio dettare un simile comportamento?
«Forse o forse no. Comunque il mio caso è diverso. Non voglio che il pubblico, conoscendo la mia vita intima, vedendomi sullo schermo o guardandomi dalla platea pensi "Bravo sì, ma non fa nessuna fatica, si limita a ripetere quello che dice e compie in privato. Solo quando l’attore si nasconde dietro il personaggio comincia il gioco sottile che lo oppone allo spettatore».
Anche quando impersona Riccardo III nello spettacolo che di recente, a Napoli, ha festeggiato, applauditissima, la centesima replica?
«Come no! Dato che il ruolo nefasto dell’assassino è il terzo Riccardo della mia carriera».
Quali erano gli altri due?
«Il patetico Riccardo II° vittima di se stesso che pure ho recitato a teatro e il personaggio di Buckingham che ho interpretato nel film Riccardo III° un uomo un re di cui era protagonista Al Pacino».
Si direbbe che il nome stesso di Riccardo sia diventato un’ossessione per lei. O sbaglio?
«Si sbaglia di grosso. Quello che mi interessa è studiare la psicologia abnorme del male fino ad aderirvi in modo fisico. Come ho fatto in Seven dove, come si ricorderà, ho ritardato in modo impressionante di mostrare il viso e soprattutto gli occhi del serial killer».
Per non guastare la sorpresa finale?
«Anche per questo, ma solo in parte. A mio parere, il cosiddetto deviante deve rivelarsi poco per volta attraverso i suoi gesti dissennati o, viceversa, nell’apparente normalità della sua condotta».
Un concetto degno di lei. Ma mi tolga una curiosità: se ha deciso di non dir nulla sulla sua vita privata, fa altrettanto con la questione religiosa?
«Cosa vuol sapere?»
Se crede in Dio e nel Diavolo, per esempio...
«Ho una citazione fatta apposta per ficcanaso come lei, sa?». Allora spari, fremo dalla curiosità.
«La beffa più grande che il diavolo abbia fatto è quella di convincere l’uomo che lui non esiste poiché scompare al momento buono».
Scusi tanto, ma non mi pare farina del suo sacco. L’ho già sentita da qualche parte.
«Bravissimo. Infatti la pronuncio io, nei panni di Roger Kint, nei Soliti sospetti, il film che mi ha fatto vincere il primo Oscar».
Mi tolga una curiosità. Come mai lei che, in omaggio al suo idolo Spencer Tracy ha adottato il cognome Spacey, predilige eroi negativi, mostri disumani ed esseri comunque al limite della legalità?
«Perché viviamo in mezzo a chi priva della vita i propri simili eliminandoli per i più futili motivi. Come accade a quel pulcino del colonnello Frank Fitts che, in American beauty, mi spara, colto da sospetti ingiustificati e dalla più assurda delle gelosie».