Amor proprio, la sfida a se stesso

di Stefano Zecchi
Talvolta il mondo del pallone, che sembra orbitare in una dimensione tutta sua, lontana da noi comuni mortali, mostra un’immagine di sé vicina a quella realtà che viviamo quotidianamente. Le dichiarazioni di Ibrahimovic sono preoccupanti per i milanisti costretti a guardare da troppo in basso i primi in classifica: se già patiscono questa umiliazione, adesso devono anche temere che il loro campione li saluti affettuosamente a fine campionato. Con una squadra tanto sgangherata come il Milan, un campione come Ibrahimovic non c’ha voglia di giocare. Bravo! È così che si fa. Lui non tradisce nessuno: piuttosto, proprio da un supermiliardario come lui arriva la conferma di un’antica massima di cui sempre si sospetta sia la verità, sia la sincerità di chi la pronuncia. Insomma: i soldi non bastano a fare la felicità dell’uomo.
Se dico io una frase del genere, i più educati mi ridono dietro, se la dice uno che prende tanti soldi quanti non ne guadagnerei io vivendo cento volte, la convinzione che quella massima sia vera, ce la si può anche fare.
Ibra non fa certo sconti al Milan: i quattrini che ha se li vuole tenere e se rinnovasse il contratto in scadenza a fine anno, probabilmente ne vorrebbe anche di più. Ma quello che non danno i soldi, sono le motivazioni per fare soldi. Le macchine, le ville, il lusso... perfino una bella famiglia non sono sufficienti a giustificare l’impegno nel lavoro, per quanto redditizio possa essere. Ci vuole qualcosa di più, qualcosa per nulla materiale, etereo e in apparenza vago da descrivere: l’amor proprio.
È questo che spinge un uomo a mettersi alla prova, che gli dà quella forza interiore che lo porta a migliorarsi, ad ottenere dei risultati significativi, ma significativi innanzitutto per se stesso, per non adagiarsi sulla propria vanità. Se si è qualcuno è bene che lo si dimostri, e i soldi, per quanto siano tanti, non lo dimostrano.
Abbiamo spesso dai giocatori di calcio sconfortanti dimostrazioni di infantilismo, di capricciosi comportamenti. Curiosa la loro parabola esistenziale, quasi a rovescio degli altri umani che nel corso della vita salgono gradino dopo gradino la scala della professione, maturando con gli anni conoscenze ed esperienze da mettere a frutto per migliorare il proprio lavoro. E nella maturità raccolgono i risultati del lungo impegno.
Per un calciatore si capovolge la situazione: tutto presto e in una volta. Se sono bravi, a vent’anni raggiungono la ribalta delle cronache e i miliardi: a quarant’anni è tutto finito. Facile immaginare che si possa andare via di testa, e in questo viaggio astrale della mente è difficile immaginare che un calciatore sia turbato da complesse riflessioni sul significato esistenziale della quantità di soldi che mette in tasca: in genere è il miglior testimone per sostenere la falsità della massima per cui i soldi non fanno la felicità dell’uomo. E qui casca l’asino. Non ci è caduto Ibrahimovic dando una bella lezione di intelligenza: amor proprio per sfidare se stessi, per avere sempre più motivazioni per andare avanti e non afflosciarsi. C’è solo da augurarsi che il Milan sia degno di un campione come lui.