Amore e morte di Zelda e il suo Gatsby

Francis Scott Fitzgerald &quot;visto&quot; dal diario romanzato della donna che diventò sua moglie e il mito dei ruggenti anni Venti in &quot;Alabama song&quot;<br />

I ruggenti anni Venti hanno il sapore amaro del ricordo. Hanno il profumo di un tempo mitico che ha il gusto dolce della vita dorata. Erano gli anni del jazz e l’America era appena uscita dalla Grande Guerra con tanta voglia di buttarsi alle spalle un’esperienza breve quanto amara, perdita di vite umane e quella dottrina Monroe accantonata in tutta fretta all’improvviso. Francis Scott Fitzgerald non era ancora il Grande Gatsby ma stava studiando per diventarlo. Guardava la ricchezza dei nonni materni e la paragonava all’indolenza di papà; studiava a Princeton e si ritrovò in Florida, sottotenente a Fort Leavenworth da dove poi “emigrò” per l’Alabama. La divisa e il fascino ne fecero l’icona agli occhi di una ragazza che non era come tante altre.

Lei, Zelda Sayre, era la figlia del Giudice, non la figlia di un giudice. Lei, Zelda Sayre, amava gli uomini con tanti soldi in tasca e l’aria intellettuale e altolocata. Lui Francis Scott sembrava cucito su misura. Eppure non tutte le favole hanno un lieto fine. E quell’ufficiale con un romanzo in tasca pronto per le stampe perse l’ok dell’editore e un sacco di quattrini. Un bingo al contrario che lo fece precipitare nella gerarchia di apprezzamento della bella Zelda. Il fidanzamento andò in frantumi e Scott affogò i dispiaceri nell’alcol. Zelda naturalmente non se ne diede peso eccessivo, ma siccome il sottotenente le era rimasto nel cuore, rispolverò l’affetto in fretta e furia appena Francis toccò il successo con un dito e se lo mise in tasca con tutta la mano. Era il marzo del ’20 quando uscì “Di qua dal paradiso”, un paio di centinaia di pagine dal sapore autobiografico, nelle quali dietro Amory si nascondeva Scott e tra le pieghe di Rosalind c’era il volto mite di Zelda. Tutti e due al di qua dal paradiso, ma ancora per poco.

L’amore trionfò e la cattedrale di San Patrick, a New York, suggellò, tra la bella e l’ufficiale, quel legame che, d’ora in avanti, avrebbe vissuto un po’ come i Twenties, roaring sì, ma anche sincopato, come il jazz di quegli anni, e le note che uscivano dal piano di Duke Ellington, dalla cornetta di Satchmo Armstrong e dal clarinetto del talento d’oro di Benny Goodman. Scott e Zelda vissero a 300 all’ora, l’America poi l’Europa, Francia e Italia. Traguardi di una generazione ancora poco perduta che divennero improvvisa realtà. Costa azzurra, Roma e Parigi: lustrini e pailletes, sogni e incubi. E la vita dei coniugi Fitzgerald divenne un incubo. Un tunnel senza fine. E fu lost generation per davvero. Il crollo di Wall street che nel ’29 siglò per sempre la fine dei ruggenti anni Venti e dell’età del jazz fu anche l’inizio della fine dei Fitzgerald. Scott precipitò nel vortice dell’alcol, nell’obnubilata consapevolezza di dover scrivere, e scrivere bene, per mantenere una moglie che a trent’anni aveva perso la testa. Nel vero senso della parola. La diagnosi di schizofrenia arrivò nell’aprile del ’30 e lasciò a Zelda oasi di lucidità. E’ a questo punto, all’inizio della fine, che parte “Alabama song” (Baldini & Castoldi Dalai, pp.216, 16,50 euro) il romanzo che Gilles Leroy ha tratto dalla storia d’amore di Francis Scott Fitzgerald e Zelda Sayre e lo ha intitolato ripensando al Brecht di “Ascesa e caduta della città di Mahagonny”. Dove l’utopia si svela per quello che è: un sogno fragile. Dove la perfezione autodenuncia la propria inesistenza. Nuovo capitolo di una storia che ha segnato l’impronta di gran parte dell’opera lettararia di Fitzgerald (sia “Di qua dal paradiso”, sia “Tenera è la notte” risentono delle esperienze di vita vissuta).

“Alabama song” è un romanzo costruito su tre moduli: Zelda che racconta, Zelda che si confida al suo diario, Zelda che si confessa al suo psichiatra. E i livelli si intersecano, si accavallano, si aggrovigliano fondendosi in un unico racconto. Il rancore della moglie scrittrice saccheggiata dal talentuoso marito che confeziona le sue eroine sugli stralci del diario muliebre, le passioni sentimentali che fanno molto movida e belmondo, quel po’ di sesso che intriga ma stona, quella fragilità che piega animi nobili colpendo i talloni d’Achille. Non sempre è tutto vero, la finzione prevale, ma l’intelaiatura è realtà. Gli eroi muoiono come in ogni tragedia che si rispetti: là dove Mahagonny viene distrutta e Zelda perde il senno per sempre. Morirà nel peggiore dei modi: nell’incendio della casa di cura per malati di mente che la ospitava in Carolina del Nord. Si chiamava Ashville, macabro nome premonitore: città della cenere. Zelda aveva solo 48 anni. Ed è realtà. Era sopravvissuta al suo Gatsby, morto per attacco cardiaco ad anni 44 dopo essersi annientato tra i fumi e l’alcol. E anche questa è realtà. Oggi riposano entrambi sotto una pietra del Maryland. Dove Scott era nato, dove era andato a scuola e dove aveva sognato una vita fatta di onore e coraggio.