Amore e omicidio, ma il riscatto arriva in carcere con la maternità

nostro inviato a Cannes

La Leonera indica in spagnolo la gabbia delle leonesse e, per estensione, lo strettissimo rapporto di protezione che lega una madre al proprio figlio... Non è un caso che anche in italiano si usi il termine «leonessa» a proposito di una maternità ferina, ovvero battagliera. Presentato ieri in concorso a Cannes, l’argentino Leonera di Pablo Trapero accentua il legame fra luoghi chiusi, cattività e procreazione raccontando la storia di Julia, ragazza bene allevata male da genitori assenti, sballata quel troppo che basta per ritrovarsi incinta dell’amante del proprio fidanzato, un ménage à trois subito più che voluto e che sfocia in tragedia: i due trovati accoltellati fra il letto e la cucina, lei sotto choc incapace di ricordare ciò che è accaduto. Condannata a dieci anni per omicidio volontario, Julia partorisce in carcere e dentro il carcere può allevare, secondo la legge, il bambino fino al quarto anno d’età. Dopo sarà affidato ai parenti più prossimi o ai servizi sociali.
Nelle intenzioni di Trapero, Leonera è un film sulla maternità come rivelazione del carattere, la storia di chi nella vita si è ritrovato sempre soggetto passivo, incapace a gestirsi da solo, in eterna attesa che qualcuno o qualcosa agisca per lui e che prende coscienza di se stesso con il crescere della nuova vita che ha dato alla luce. L’idea che, in un futuro nemmeno troppo lontano, questo metaforico cordone ombelicale possa essere reciso da altri diviene così per Julia intollerabile ed è disposta a tutto per non perdere quella che è ora la sua prima e unica ragione di esistere.
Prodotto da Walter Salles, il regista di Central do Brasil e dei Diari della motocicletta, ma anche da Martina Gusman, la Julia della finzione cinematografica e nella realtà la moglie del regista, il film ha i suoi punti di forza nella recitazione e nell’ambientazione: un carcere femminile dove la crudezza della istituzione in sé si stempera per la presenza infantile e i secondini-donne si travestono da Babbo Natale per dare ai piccoli ospiti, anch’essi reclusi, l’illusione di una festa e di un gioco.
Senza compiacenze e senza infingimenti, Leonera racconta anche una solidarietà al femminile che l’universo carcerario può anche corrompere trasformandola in sudditanza fisica e psicologica, ma non per questo degradandola e spegnendola in tutte. Martina Gusman, incinta durante la lavorazione del film, di una bellezza truccata e volgare all’inizio della storia, assume via via i lineamenti marcati e come epurati di chi a un certo punto decide che la sua vita le appartiene.