Amore (e sesso) nell'era di Facebook

Dal virtuale al reale: lei di Vicenza, lui di Treviso. A 16 anni si conoscono su internet e si danno appuntamento a casa di un amico. Ma la passione finisce subito per una lite

Gustave Flaubert su Facebook non c’è. Ma Facebook, «su» Flaubert c’è. Compressa in un angolino dell’home page dell’Educazione sentimentale, un link di secondaria importanza, una frasetta buttata lì con nonchalance: «La vita è come un quadro: per apparire bella, ha bisogno d’esser vista a distanza». Anche perché, se ti avvicini troppo, scopri che non è poi così interessante. Intendiamo «Lei» in generale, la nostra esistenza, ma anche quella speciale «Lei» (o «Lui») che senza saperlo cercavamo, senza volerlo immaginavamo.

L’amore ai tempi di Internet è un Superenalotto: si punta poco, è vero, ma in compenso non si vince niente. Prendete quei due sedicenni, lui di Treviso, lei di Vicenza. È storia di pochi giorni fa. Dopo il solito, frettoloso petting in Rete decidono d’incontrarsi per davvero, avvicinandosi troppo al quadretto idilliaco colorato con i pastelli della noia, anzi, picchiandoci proprio di naso. Lui rompe gli indugi e fa l’uomo: procura persino la location, un appartamento messo a disposizione da un amico. Lei, esaurito il tira-e-molla di prammatica dettato dall’uso comune e dalla genetica, si lascia convincere. Avranno «consumato», oltre alle batterie dei telefonini, qualcos’altro? Non ci riguarda minimamente. Ma ci riguarda (si fa per dire...) il fatto che poche ore di convivenza sono bastate a quei piccioncini da voliera per litigare di brutto, oltre che per mettere in subbuglio le rispettive famiglie e mobilitare un numero imprecisato di poliziotti. Il lieto fine, con lei recuperata in un poco romantico centro commerciale a seguito di una chiamata alla mamma, verosimilmente più incazzata che trepidante, ha riportato il tutto alla normalità.

Lieto fine? Che cosa c’è di lieto in una vicenda simile? Nulla, tranne forse qualche preparativo, qualche suggestione scovata nelle pieghe di un qualsiasi pomeriggio interminabile (Il sabato del villaggio vi dice qualcosa, ragazzi?, fa ancora parte del programma?).

Facebook, il libro galeotto delle facce, è un trovapersone che vuole insinuarsi oltre i volti, che vuole frugare dentro i jeans a vita bassa. È il muretto dove si bivacca stancamente con la birra in una mano e il cellulare nell’altra. Ma stando spaparanzati a casa, nella comodità alienante della propria cameretta. Gli sbarbati che in questi giorni, in queste ore, «scendono in piazza» obbedendo agli stessi, identici rituali che furono dei loro genitori (e ormai quasi dei loro nonni...), recitando un copione che lascia pochi margini all’improvvisazione, lo frequentano più delle aule scolastiche, più dei parchi dove certe cose (ci siamo capiti) si potrebbero fare meglio, almeno nella bella stagione. L’anonimato è per loro un bonus che a un certo punto, se le cose vanno avanti, scade come una ricotta, e come una ricotta scaduta ha un sapore rancido.

Lo stesso sapore che ci lascia in bocca la notizia proveniente da Cambridge. Dove Peter Linehan, preside del St John’s, uno fra i college più prestigiosi della città universitaria inglese, si era iscritto a Facebook fingendosi uno studente per spiare alcuni allievi che sul sito avevano creato un gruppo di protesta contro le nuove norme dell’istituto riguardo al consumo di alcolici. Il maleducato educatore desiderava tenere il conto dei bicchieri di vino tracannati dai suoi studenti. Ma chi ci assicura che non volesse mettere il naso, mascherato sotto il vile pseudonimo di Padro Amigo, nelle loro faccende più intime? Una portavoce dell’ateneo ha ammesso che Linehan si era iscritto a Facebook utilizzando un altro nome perché «non voleva che chi cercava on line i suoi scritti accademici, finisse col trovare la sua pagina Facebook».

Qui l’amore non c’entra. Oppure sì, è stato l’amor proprio, la dignità, il buon nome, a spingere quel tristo tutore delle pubbliche virtù nel vizio privato di chi spia dal buco della serratura.
Ecco, il buco della serratura. È forse questa la chiave di lettura? Nel mondo delle comunità internettiane (che, sia chiaro, sono utilissime nell’abbreviare i tempi di ricerca, e dunque nel rendere più agile la vita di tutti noi) chiunque può intrufolarsi e, soprattutto, chiunque può osservare da lontano, usando il cannocchiale dei guardoni.

Non è questo che intendeva Flaubert quando esortava a guardare l’esistenza come un quadro, alla giusta distanza. Ma, lo sappiamo, lui era un guardone delle anime, e per camuffarsi da madame Bovary sul suo personalissimo Facebook gli bastava guardarsi allo specchio.