Amore e tradimento per il soldato Woyzeck

Colavero porta in scena l’opera postuma di Buchner: una regia focalizzata sullo spaesamento dell’uomo

Miriam D’Ambrosio

È un testo molto amato, studiato a fondo, ricomposto, analizzato nei suoi frammenti, percorso, penetrato. Senza dare risposte a tutti gli interrogativi che pone. Sull'esistenza, sulla natura dell'uomo, incostante.
Luciano Colavero torna al Crt-Salone con Woyzeck, ein fragment, dai manoscritti di Georg Buchner, pubblicati postumi nel 1879.
In quattro anni, Colavero ha proposto tre versioni diverse di questo dramma, «in cui si riprendono elementi della prima, ma si dà un ordine diverso delle scene e una scansione drammaturgica più chiara - spiega - nella prima versione c'era uno studio del testo, ora l'attenzione forte è sui personaggi che girano attorno a Johan Christian Woyzeck. È il primo spettacolo de “La Fiera”, la mia compagnia allargata a sette elementi più due esterni. È un lavoro in evoluzione da cinque anni, stavolta tutti gli attori sono in scena, ciascuno con il suo ruolo, senza vivere più parti. E in scena ci stanno tutto il tempo, seduti su una fila di sedie sul fondo. Presenza muta e costante di un paese che incombe, è lì in silenzio e sembra una foto d'epoca».
Woyzeck è un soldato, ha un amore grande di nome Marie e un figlio nato da questo amore. Fa da cavia a un medico e scopre il tradimento della sua donna. E allora uccide. «Le circostanze sono all'infuori di noi», scriveva Buchner in una lettera. Le circostanze provocano mutamenti ed esaltano gli istinti. E un uomo è un uomo. Cavia umana sempre o comunque in qualche modo. Contraddittorio, logoro, folle, capace di uccidere quello che ama. Per salvarlo nella sua mente.
Lipsia, 1824 o Milano 2005, è la stessa cosa. «Il mio interesse si focalizza sulla fragilità, sullo spaesamento di quest'uomo - aggiunge il regista - la scena è vuota, alcune coperte militari sono disposte a cerchio, ai lati due telai di porte che suggeriscono uscite ed entrate. Altri elementi scenici utilizzati in varie maniere sono damigiane verdi di vetro, nient'altro».
A vivere lo stato di allerta, le umiliazioni, il dolore, l'innocenza, la crudezza di questa storia raccontata con una lingua lontana dagli stereotipi ottocenteschi, attuale e nuda, sono Sandro Maria Campagna, Andrea Pangallo, Luisa Ricci, Antonio Tintis, Gabriella Tomassetti, Francesco Villano. «C'è una figura esterna, l'unico che interpreta quattro personaggi e non esce mai dallo spazio scenico, delimitato dal buio intorno - aggiunge Colavero - gli altri in fondo, sulle sedie, sono sempre pronti ad entrare, agire, si alzano e arrivano e, a un certo punto, fanno una specie di parata che somiglia a una ronda. Non escono dal giro, stanno come in una sorta di carcere».
Il dramma di Woyzeck, scritto nel 1836, non conosce tempo. Questa storia reale e attuale (perché l'Uomo non passa mai di moda), è stata materia di lavoro, è diventata laboratorio costante per Luciano Colavero, dai tempi dell'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico. Ora, sottolineata ancora una volta l'incompiutezza del testo, Luciano va verso altri progetti, senza rivelarli del tutto.