Amore, guerra e (molta) autoironia Bono & C. rinascono un’altra volta

Venerdì esce <em>No line on the horizon</em>, il loro miglior cd da quasi
vent’anni Ancora incertezza sui concerti italiani: forse show a Milano
il 7 e 8 luglio. <em>Moment of surrender</em> racconta di un drogato. <em>Cedars</em> parla di Medio Oriente

Milano - Ma che spiritosi gli U2. A ottobre avevano rinviato l’uscita del cd e qualcuno si era insospettito. Poi un mese fa è arrivato il singolo Get on your boots, che è potente ma privo di quel nonsoche, e tanti avevano iniziato a pensare che, dai, questi ormai sono bolliti. Povero Bono, dicevano, è così assillato dalla mondanità, così schiacciato dalla gloria di essere il Sean Penn del rock che non trova più il tempo di cantare come si deve.

Invece no, gli U2 scherzavano.

No line on the horizon è semplicemente un album «magnificent» come il titolo del prossimo singolo. Bellissimo. Punto e basta. E trovatela voi un’altra grande rock band che dopo trent’anni riesce ancora a mettersi in gioco in questo modo neppure fosse un’esordiente che punta sul rinnovo di contratto altrimenti tira la cinghia. E basta il muro del suono alla Phil Spector dell’iniziale No line on the horizon per capire che la produzione di Brian Eno e Daniel Lanois, con la supervisione di Steve Lillywhite, è la formula giusta per gli U2 che tutti vogliono. Nessun gruppo recente è mai riuscito a raggiungere così tanta grazia mescolando una formula così grezza, saldando le chitarre quasi Black Sabbath di Magnificent con il basso impellente di Moment of surrender, con la voce che sembra quella di Jim Morrison in Cedars of Lebanon. Il punto è: che cosa porta di nuovo questo album? Nella loro carriera gli U2 hanno attraversato alcune fasi, seminando qui e là copioni e imitatori come pochi altri. Tanto per fare un esempio, a giugno dell’anno scorso è uscito il disco dei Coldplay (per di più prodotto anche da Brian Eno) che si rifà, riveduti e scorretti, agli U2 degli anni Ottanta (quelli da War a Rattle and Hum). E così vale per i dischi di Arcade Fire, Killers e via elencando: ognuno fermo lì con i suoi U2 di riferimento. Bono, The Edge, Larry Mullen e Adam Clayton si sono invece mossi, sono andati avanti, sono stati noiosi, pomposi e barocchi ma poi sono rinati ed eccoli qui, a quasi cinquant’anni, con il loro miglior album da almeno diciotto anni, da quando Achtung baby ha davvero portato il rock in quella dimensione dalla quale non è ancora uscito. Perciò ora canzoni come Fez - Being born, dove elettronica e Arabia si mescolano senza disturbarsi, oppure Unknown caller, con quel fraseggio di chitarra che sarebbe stato bene pure in The unforgettable fire e quell’organo a chiudere il brano come un filo di perle, sono gioielli che sarebbe bene non sottovalutare. Come la voce di Bono, che non squilla più come in Under a blood red sky però è rotonda, espressiva senza offendere, perfetta per ciò che deve fare: comunicare amore, trasmettere emozioni e provate a sentire a che altezza arriva nel brano No line on the horizon. D’accordo, ormai è più facile criticare gli U2 che esaltarli, più facile paragonare i nuovi brani a quelli vecchi per dire subito che no, non vanno bene, senza accorgersi che prima di entrare nella memoria del loro tempo anche Where the streets have no name o Pride o One erano stati criticati perché le precedenti Sunday bloody sunday o New Year’s day a loro volta erano migliori, più belle, più nuove eccetera. Insomma, gli U2 si muovono, crescono, umanamente sbagliano e disumanamente convincono. Chi li critica è invece sempre fermo lì da vent’anni, che noia. Perciò evviva No line on the horizon, che garantisce almeno un anno di rock ad altissimo livello, altissimo affollamento ai concerti (forse il 7 e l’8 luglio al Meazza di Milano) e altissima scopiazzatura di tutte le altre band.

E poi i testi.

In Cedars of Lebanon Bono parla della guerra in Medio Oriente senza far polemica come avrebbe fatto piacere a molti ma così, come fosse un attore di teatro. Poi si inventa una serie di personaggi, come il drogato di Moment of surrender. E gioca con vocalità alla Abba e ritmi alla Kiss in I’ll go crazy if I don’t go crazy tonight nella quale arriva a dire «ogni generazione ha una possibilità di cambiare il mondo» ma lo fa con grazia, senza prendersi troppo sul serio. In fondo lui è «nato per cantare per voi», come dice in Magnificent e qui c’è tutto il significato di questo disco. Gli U2 sono il più grande gruppo rock vivente che con queste canzoni parlerà al mondo facendosi capire da tutti, mica dalla solita nicchia autoreferenziale. E lo fa con la capacità tecnica (standing ovation per The Edge) e la bella umiltà di chi dopo trent’anni ha ancora voglia di chiedervi che cosa ne pensate.