Amore, odio, denaro, sesso Ecco la vita nella «Cucina»

da Genova

Quaranta giorni infernali e poi Kitchen nella due giorni genovese del Politeama. Teatro saturo alla prima di venerdì per i trentadue attori in scena nella cucina-mondo di Arnold Wesker, il cui meccanismo Massimo Chiesa, versione regista, mette a punto a tavolino per un mese. Grazie all’idea-provocazione d’un serbatoio d’artisti cui attingere per allestire a piacimento «secondo teatro, quello vero». Folle demiurgo, Chiesa se la gioca con questi attori talentuosi, freschi d’Accademia Silvio D’Amico, che non beccano un euro, ma per questo spettacolo danno l’anima. Trentadue. E chi mai si prenderebbe la briga di metterli in scena? Ci prova Massimo, figlio di quell’Ivo dello Stabile, che si smarca dai nomi di cassetta e da quei registi «più impegnati in pubbliche relazioni che a seguire e motivare gli attori».
Ecco il progetto artistico d’una compagnia di «bravi» che «nei prossimi anni possa lavorare con i migliori registi italiani e internazionali per restituire al nostro teatro la qualità e la passione che pare avere smarrito». Questione di pancia e cuore, all’ombra di Squarzina, Petri e gli altri che Chiesa s’è bevuto allora dalla platea buia del Genovese, «spettacolo nello spettacolo». È il colpo di reni che innesca Kitchen. I trentadue ti piombano addosso così. Due ore, due atti, un crescendo. Ritmo, sincronia, osmosi. Dal risveglio agli ultimi otto minuti del primo atto in cui tutti escono ed entrano duecentocinquanta volte. Delirio, di passi e piatti. Ma l’ingranaggio regge. Forse da asciugare un po’ nel secondo atto, ma la coralità ingaggia il suo dialogo scenico, in cucina e di là del muro. Chiesa tiene il fiato, vorrebbe scivolare via e aspettarlo altrove quel «pranzo servito», anni ’50, nella cucina d’un ristorante londinese. Dalle sette del mattino a poco prima di cena: quattromila portate, uomini e donne in bilico tra amore, odio, sete di denaro e avances sessuali. Frizzante nella sua proiezione, decanta in commedia e stupisce. Stupiscono loro, innamorati del «mestiere», stupisce Stella Egitto che rifiuta la prima serata in Rai con Pupo per fare Kitchen.
Altra storia questi ragazzi, «The Kitchen Company 2008», che «gli attori professionisti sono viziati e mancano del giusto entusiasmo - sentenzia Chiesa -. Non ho creato la compagnia per me e vorrei che facesse almeno quattro spettacoli. Roba da teatro pubblico, lo so, e abbiamo una possibilità su un milione di farcela». Pensa a incontri con registi del calibro di Marco Sciaccaluga, e poi Barbareschi, Tognazzi, Castellitto. «E magari Verdone o Rubini un giorno firmeranno una regia con loro». Basta «comici tristi» e «attori-non attori», ci riprova Chiesa col talento in valore assoluto.