Amori, dolori, memorie. I musei espongono persone

La rassegna itinerante sulla follia, l'«innocenza» di Pamuk e il sogno familiare della Cavallini Sgarbi

Una mostra sorprendente, in palazzo Bagatti Valsecchi a Milano, ci mette davanti a una realtà espositiva nuova. Nel ristretto spazio che contiene la dimensione interminabile di un pensiero, Orhan Pamuk ha trasferito non gli oggetti per una mostra, ma la sua vita e la sua stessa memoria: il «Museo dell'innocenza». Così lo ha voluto, con una densità di emozioni che va ben oltre il valore degli oggetti. Non è senza significato che, da qualche anno, io abbia concepito una mostra itinerante, nata quasi dieci anni fa a Siena, come «Arte, genio e follia», denominata «museo della follia» che ha toccato Matera, Mantova, Catania, Salò e ora è a Napoli. Allestito con grande impatto emotivo nella basilica di Santa Maria Maggiore di Pietrasanta, un museo che non c'era e che si sposta, ma che è dentro di noi, nella nostra natura, nei nostri turbamenti, nei nostri disagi, nelle nostre esaltazioni.

Il delicato «Museo dell'innocenza» di Pamuk è un'altra cosa, che parla di equilibrio, di soddisfazione, di esperienze, di abbandoni, di dolori e di beatitudini, di sogni. Il museo di Pamuk è l'oggettivazione del suo libro dall'omonimo titolo. Come accade, il collezionismo nasce dall'amore. Non solo amore, passione, per le cose; ma anche amore per una persona. Oggetti, doni, ricordi. Kemal ama Fusun, la desidera ma non la può avere. Così raccoglie gli oggetti che la ricordano, qualcosa che avevamo già letto nelle disperate Poesie della fine del mondo di Antonio Delfini, commoventi per innocenza e ossessione. Pamuk e Delfini alludono alla stessa cosa: «Se non amasti, quali sono gli oggetti che ti son rimasti?». Per Kemal, il primo oggetto di affezione fu l'orecchino che Fusun perse la prima volta che fecero l'amore: «Il momento più felice della mia vita». E per ritrovare e commemorare, nel tempo immobile della memoria, quel momento, Kemal accumula, oggetto dopo oggetto, con una determinazione che alle anime morte appare follia. Al termine della vita Kemal chiede all'amico Pamuk di allestire un museo che raccolga le reliquie della sua esistenza. E così Pamuk ha fatto, progettando e realizzando a Istanbul, nel palazzo dove viveva l'amico, il museo ora trasferito e allestito in Palazzo Bagatti Valsecchi.

Anche il «Museo della follia» raccoglie gli oggetti delle vite alienate, gli strumenti di costrizione e di pena e le opere d'arte che rappresentano la fuga nel sogno, la liberazione dal dolore, la bellezza della creazione. Dunque un'idea nuova di museo, un museo della vita. Delle vite. Degli amori e delle umane sofferenze. Due musei diversi, ma indici di un mondo mutato, di un diverso rapporto con la storia che non è più storia di eroi, ma storia di individui. Problematici, difficili, universali, che, pur non essendo condottieri o capipopolo, ma scrittori, sono interpreti di un sentire collettivo. A partire dal Novecento, nessuno statista è paragonabile a uno scrittore. Napoleone, in fondo, è più grande di Stendhal; Garibaldi, probabilmente, più di Manzoni. Ma, dopo Kierkegaard, lo spirito della storia, l'esempio degli eroi, è meno importante della forza degli individui. I modelli politici del '900 si rivelano tutti negativi, Hitler, Mussolini, Lenin, Stalin, Mao; i giganti, interpreti dei valori dell'umanità, sono Kafka, Proust, Musil, Rilke, Kavafis, Pirandello, Apollinaire, Montale. Di Ataturk ce n'è uno solo, come ben sa Pamuk. Mussolini è nell'ombra della storia, D'Annunzio nella luce; e con lui la sua casa. Nel «modesto manifesto per i musei» Pamuk lo spiega, con grande e veridica semplicità: «I grandi musei nazionali come il Louvre e l'Ermitage hanno preso forma e sono diventati una meta turistica irrinunciabile con l'apertura dei palazzi imperiali e reali al pubblico. Queste istituzioni, simboli nazionali, presentano la storia di una nazione - la storia, insomma - come di gran lunga più importante di quella dei singoli individui. Eppure quest'ultima è molto più adatta a documentare la nostra umanità in tutta la sua complessità... Non abbiamo più bisogno di musei che cercano di ricostruire la storia della società, di una comunità, di una nazione, di uno Stato, di un popolo, di un'azienda o di una specie: ci hanno stufato. Sappiamo tutti che le storie quotidiane dei singoli individui sono più ricche, umane e gioiose di quelle delle grandi comunità... È fondamentale che i musei diventino più piccoli, più personali e meno costosi. Solo così potranno raccontare storie a misura d'uomo. I grandi musei ci invitano a dimenticare la nostra umanità e a ricordare lo Stato e le sue masse. Per questo milioni di persone nel mondo occidentale hanno paura di andare ai musei... Le risorse economiche, che sono destinate ai musei monumentali e simbolici, dovrebbero essere assegnate ai piccoli musei che raccontano le storie degli individui, e dovrebbero essere usate per incoraggiare e supportare le persone a trasformare le loro piccole case e storie in un museo... Il futuro dei musei è dentro le nostre case».

Sono folgorato da questa interpretazione, e attiva proposta, di Pamuk, perché è la medesima che ispira il sogno familiare oggettivato in museo, proprio in una casa, la nostra, luogo di intensissime vite e di incontri di scrittori, da Umberto Eco a Coelho, da Bassani a Zurlini, da Philip Pouncey a Francis Haskell, tutti transitati per Ferrara, tutti eccellenti, la cui esperienza culmina idealmente, in uno spazio privato ma universale come è quello descritto nel Giardino dei Finzi-Contini. Ma il giardino e la relativa casa non esistono, sono un'invenzione, uno stato d'animo. E da lì parte Pamuk. E, in condizioni favorevoli, oggi mia sorella, come ognuno che abbia un grande spirito, ma con una smodata, utopica, anche fuori del tempo, considerazione di assumere un compito storico: creare un museo che concorra e integri quelli dello Stato, senza declinare nel memorialismo e nelle reliquie di una storia interiore e privata. Qui si dividono il modello di Pamuk e quello di mia sorella, che consacra la sua visione e la mia ricerca. Sono grandi i maestri del museo Sgarbi, oggi solennemente accolto negli ambienti restaurati del Castello estense di Ferrara: quadri e sculture, da Antonio Cicognara a Lorenzo Lotto, da Garofalo a Guercino, da Ortolano ad Artemisia, in una vertiginosa concentrazione degli stessi maestri nei grandi musei; ma anche i cofanetti degli Embriachi, con un rarissimo specchio nuziale, e quelli in pastiglia ferraresi.

Il percorso di questo ambizioso museo, fuori del tempo e dei tempi e anche fuori tempo massimo, è noto; ed è stato in più occasioni descritto, fino alla sintesi, nel catalogo della Nave di Teseo, di Alvar González-Palacios, un grande scrittore travestito da critico. Alla fine mia sorella ha sovrapposto, nello spirito dei tempi, la mia versione iperbolica e quella intimistica di Pamuk, e ha voluto l'ultima stanza come una riproduzione ideale della stanza dei giochi della nostra infanzia. E, a fianco di una bambola, che è in realtà una preziosa Madonna (1550-60) da vestire, con le calze rosse, dello scultore rinascimentale Romano Alberti detto Nero da Borgo San Sepolcro, ha voluto il cavallo a dondolo che mi donò mio padre, l'automobilina rossa spider, il binocolo che lei usava, bambina. Io ho concepito la collezione per amplificare la casa, trasformarla in un tempio; mia sorella l'ha sapientemente ricondotta a una storia familiare, che si può raccontare come nei libri di mio padre, interpretarla nel teatro da Michele Placido, trasfigurarla nel cinema da Pupi Avati. Una variabile ambiziosa e premeditata del museo dell'innocenza.

Commenti
Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Dom, 25/02/2018 - 19:08

Estremamente condivisibile il Suo intervento, prof. Sgarbi. E direi che aveva ragione Andy Wahrol quando diceva che, se avessimo chiuso e sigillato un qualunque supermercato e lo avessimo aperto dopo cinquant'anni, avremmo avuto una testimonianza unica di una società! Un Museo dove NON ce lo aspettiamo!