Amori e intrighi nello studio legale Partorisce e poi viene licenziata

MilanoE l’amore purtroppo riuscì a sbocciare, in tutta la sua devastante potenza, anche nel posto più arido del pianeta: che non è il deserto del Mojave ma uno studio legale specializzato in business e diritto commerciale, il più grande studio legale d’Italia, trecento avvocati, l’officina dove si studiano fusioni, acquisizioni, strategie. Anche nelle ovattate stanze di via Barozzi, dove ha sede la corazzata del diritto che si chiama Erede-Bonelli-Pappalardo, la passione per i bilanci, almeno una volta, ha ceduto il passo all’amore. Risultato: una catastrofe. Tanto che alla fine se n’è dovuto occupare il consiglio dell’Ordine degli avvocati di Milano, che ha archiviato tutto: ma nei cui carteggi oggi si può leggere la drammatica storia d’amore tra un luminare del diritto e una giovane, promettente avvocatessa. A diffondere il carteggio è ieri il sito ligure di Indymedia, una specie di Wikileaks italiano, che prende le parti di lei, la trentenne arrivata piena di belle speranze nel megastudio, e uscitane con le ossa rotte (psicologicamente parlando) e una figlia da allevare da sola. Nel mezzo, c’è la più classica cotta per il capo: Andrea Manzitti, genovese, 50 anni, affascinante teorico del diritto finanziario internazionale e comunitario. Oggi Manzitti è a pieno titolo nello staff dello studio, mentre all’epoca dei fatti ne è formalmente solo un consulente: ma poco cambia, è lui che coordina lo staff di cui fa parte Maria Luisa - chiamiamola così - quando ottiene di lavorare in via Barozzi.
Quello che accade a quel punto è sintetizzato nella lettera che, quando la love story finisce malamente, l’avvocatessa Laura Hoesch, per conto di Maria Luisa, scrive alla commissione Pari opportunità del consiglio dell’Ordine milanese, per chiedere se nei fatti si possa ravvisare «discriminazione di genere e molestia sessuale». Denuncia archiviata e forse frettolosamente esaminata, se ieri sera interpellata dal Giornale la presidentessa della commissione, Silvia Banfi, dice di «non ricordare» la pratica: che pure, per il suo contenuto e i suoi protagonisti, non è del tutto ordinaria. Scrive la Hoesch: «Tra la collega e l’avvocato Manzitti negli anni 2006, 2007 e 2008 si è svolta una relazione sentimentale, all’insaputa della moglie di quest’ultimo; da tale relazione è nata la figlia M.». Sul momento, Manzitti non riconosce la figlia, ma dopo quattro anni se ne assume la paternità. Il problema è che nel frattempo è successo di tutto: «La gravidanza ha comportato la fine traumatica della relazione; a seguito di varie traversie nel rapporto di lavoro nel corso della gravidanza e connesse alla gravidanza, la collega è stata definitivamente espulsa dopo il parto dal citato studio professionale». La storia d’amore, si legge nell’esposto, si sarebbe chiuso «a seguito del rifiuto da parte della collega di abortire; una volta presa la decisione di portare a termine la gravidanza, l’avvocato Manzitti ha sostanzialmente cessato ogni comunicazione con la stessa sul piano personale; egli ha altresì dichiarato che la propria moglie aveva espresso la volontà che non lavorassero più insieme; egli ha più volte sottolineato che non avrebbe più trovato un altro lavoro nello stesso settore se avesse reso noti i fatti». Tre mesi dopo il parto, un emissario dello studio va a trovare Maria Luisa a casa, e le annuncia che per lei in via Barozzi non c’è più posto.
Insomma, un disastro. A cui toglie ogni ombra di leggerezza la diagnosi che gli psicologi realizzeranno su Maria Luisa, uscita devastata dall’errore peggiore che una donna possa fare sul lavoro: innamorarsi del capo.