Amori, intrighi e interessi Servillo e «Le false confidenze»

Il regista porta al teatro Studio, fino al 5 febbraio, uno dei capolavori del drammaturgo francese Marivaux

Miriam D’Ambrosio

Le parole incantano, illudono, ingannano, offrono dannazione e pace. E in teatro, incarnate, dominano come un padrone, sottolineate da gesti, sguardi, silenzi. Un potere che Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux (Parigi, 1688-1763) sapeva usare e dosare, scrivendo testi per gli attori, quelli del Nouveau Théatre Italien, i depositari dei segreti della Commedia dell'arte.
Uno dei capolavori di Marivaux, Le false confidenze scritto nel 1737, è in scena al Piccolo Teatro (Teatro Studio fino al 5 febbraio), messo in scena da Toni Servillo, talento fatto di intensità e misura, e dalla sua compagnia. Lo spettacolo, che ha esordito nel 1998, è stato il secondo passo di una «trilogia francese» iniziata nel 1995 con «Il misantropo» e conclusa nel 2000 con «Tartufo». Un Marivaux tra due Molière.
Abilissimo gioco teatrale, una macchina perfetta che mostra gli inganni e le delizie dell'innamoramento e la spietatezza delle convenzioni. Una lotta d'amore e d'interesse (e Marivaux è uno specialista negli affari di cuore), una gara tra sentimento e denaro, tra leggiadria, sensibilità, dubbi, apnee e profondi respiri.
Al centro, una bella signora vedova (l'attrice Anna Bonaiuto), piena di soldi e corteggiata da un conte (Francesco Silvestri) sostenuto dalla madre di lei (Betti Pedrazzi), trampolino di lancio verso la nobiltà. Ma il cuore della signora è altrove, batte per Dorante, un giovane spiantato (Andrea Renzi) «caldeggiato» dal maggiordomo di lei (Servillo), senza un evidente motivo.
Il maggiordomo Dubois, non è certo un benefattore, pur essendo legato alla sua padrona. Allora cosa ci guadagna nel dispensare consigli per favorire un amore socialmente sconveniente? «È in intimità con i padroni e si permette giudizi, la sua dinamica non è velata - risponde il regista Toni Servillo - Mostra di saper vivere la vita meglio dei ricchi, agisce come uno stratega, un burattinaio senza apparente tornaconto. In lui c'è un impasto d'ammirazione per la donna che serve e di revanchismo di classe. Nel teatro francese lo scontro - incontro servo - padrone è forte, determinante. E Marivaux scrive qualche decennio prima della Rivoluzione».
Il linguaggio dell'autore è diretto, semplice e sottile, intrigante. Ritmo, essenza, rispettati dalla traduzione di Cesare Garboli che lei ha preferito. Perché? «Garboli aveva la capacità di preservare nella battuta l'acutezza di un significato sottinteso, e insieme fresco. Una collaborazione preziosa con un uomo di raffinatissima cultura e confidenza con il palcoscenico, finissimo letterato che consegnava agli attori dei copioni. Sono sue anche le traduzioni del "Misantropo" e di "Tartufo", l'intera trilogia francese, visibile come un romanzo di formazione: tre protagonisti giovani con caratteristiche diverse, osservati nel loro rapporto con il denaro, i sentimenti, la società».
Ogni sera lo spettacolo varia: dopo sette anni cos'è cambiato realmente in questo nuovo allestimento? «I cambiamenti sono due: l'introduzione di Gigio Morra e Betti Pedrazzi, due attori che erano con me anche in "Sabato, domenica e lunedì" di Eduardo. Per il resto, tutto uguale, anche l'enorme gioia che dà agli attori recitare questo testo scritto per loro. Testo bellissimo con una meravigliosa figura di donna che vive in costante trepidazione le prime avvisaglie di un sentimento nascosto, rivelandolo a se stessa. È tutto uno slittamento di argomenti che vanno dal contrattuale, mercantile, al sentimentale».
I costumi di Ortensia De Francesco sono settecenteschi. In scena ci sono solo due scrivanie e quattro sedie e il broccato rosso si alterna la nero. Il cromatismo richiama Julien Sorel di «Il Rosso e il Nero» di Stendhal.