Un’anagrafe parallela a uso degli stranieri

Riceviamo e pubblichiamo:

In relazione alla vicenda narrata nell’articolo a firma Alessia Marani, riguardo alla posizione del signor Stefano Radica, ex comandante della polizia municipale di Monte Compatri, si precisa quanto segue:

Nonostante l’avvocato Roberto Moroni, difensore del signor Stefano Radica, avesse ben chiarito e spiegato sin dall’inizio la posizione del suo assistito, il Gip riteneva di mantenere la misura cautelare per ben sei mesi (pur mitigandola dopo due mesi con quella dell’obbligo di firma). Logica conseguenza di tale situazione è stata quindi prima la sospensione dal servizio e da qualsiasi altra attività presso il comune di Montecompatri, successivamente l’assegnazione presso altro ufficio dello stesso comune, naturalmente con mansioni diverse, spogliato della sua divisa, quella onorevolmente indossata per oltre 25 anni.

Iniziava dunque il processo penale e l’accusa in capo al Radica permaneva anche dopo l’udienza preliminare, nonostante la chiara estraneità del medesimo alla vicenda dell’anagrafe di Roma e la prova di assenza di qualsivoglia legame con gli imputati principali.

Il procedimento, con tutte le difficoltà procedurali dovute al consistente numero di imputati coinvolti, durava fino al 09 luglio 2012, dopo ben 23 interminabili udienze dibattimentali, si concludeva con l’accoglimento, da parte del Collegio della X° sez. Penale del Tribunale di Roma, delle richieste dell’Avvocato Moroni che, contro i due anni di reclusione chiesti dal Pubblico Ministero, Dott. Cipolla, otteneva l’assoluzione del Radica per non aver commesso il fatto.

Alessia Marani

«Io sono come un dio. Posso fare quello che voglio. Ti posso creare un’identità nuova, cambiarne una vecchia, farti cittadino italiano». Una sorta di delirio d’onnipotenza a cui era arrivato il dirigente del I municipio capitolino distaccato al servizio Anagrafe del Comune di Roma arrestato ieri mattina all’alba con altre 15 persone per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla falsificazione in atti d’ufficio, tra questi altri 4 colletti bianchi e 3 vigili urbani. Così Nello Nasso, 59 anni, il funzionario al vertice dell’organizzazione che in pochi anni aveva messo su in via Petroselli un’autentica «fabbrica delle identità» - una specie di «anagrafe parallela» di cui si servivano soprattutto nomadi stranieri per diventare cittadini italiani o per ottenere nuove generalità azzerando all’istante anche il proprio casellario giudiziario - confidava alla propria compagna ignorando che gli uomini della squadra mobile lo stessero ascoltando tramite una cimice piazzata in auto. L’operazione Servio Tullio, dal nome dell’imperatore che legò il principio della residenza a quello della cittadinanza, nasce nell’aprile 2004. Dall’ufficio cittadinanza del Comune parte una segnalazione al tribunale civile: troppi e, soprattutto, sospetti i riconoscimenti di paternità da parte di italiani nei confronti di slavi, bosniaci e romeni già adulti. Non solo. Gli stessi «pizzardoni» capitolini coordinati dal comandante Carlo Buttarelli stanno già battendo una pista: a loro si è rivolto addirittura un nomade. Dice che era andato in via Petroselli perché gli mancava un documento e per tutta risposta si era sentito dire che c’era già; ma con sopra la foto di un altro A quel punto la Procura unisce i due filoni d’inchiesta, affida il caso al pm Stefano Vitello che si avvale dell’aiuto «sul campo» dei poliziotti della IV sezione, «reati sessuali contro donne e minori e pedofilia» diretti da Dania Manti. Tanto più che la mobile sta lavorando anche a casi analoghi riscontrati nel comune di Nettuno (dove gli arresti, invece, sono scattati alla fine della scorsa settimana). Dapprima le indagini sono in sordina. «Dopo sei, sette mesi - spiega Alberto Intini, capo della squadra - cominciano a collaborare gli altri dipendenti, quelli onesti. Piano piano sbrogliamo la matassa». I dipendenti targati Spqr a finire in manette per associazione a delinquere, oltre a Nasso, sono Orlando Ammannito, di 51 anni, e Giuseppe Pugliesi, di 39. Con loro anche Ubaldo Rossi, di 72 anni, e Domenico Fuscà, di 74 anni, questi ultimi due già in pensione. Per Pugliesi e Rossi sono stati disposti i domiciliari. A Regina Coeli anche Giampiero Flamini, 57 anni, e Umberto Catalano, 48 anni, i due vigili urbani del I Gruppo incaricati degli accertamenti materiali sulle certificazioni rilasciate dall’ufficio di via Petroselli. Ai domiciliari anche Stefano Radica, comandante della polizia municipale di Montecompatri, a cui però sono ascrivibili altri reati estranei alla vicenda. In tutto sono 135 le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip Muntoni: di queste 100 sono in carcere, 35 ai domiciliari. Una settantina le persone, finora, rintracciate e finite dietro la sbarra. Ben 170 complessivamente sono gli indagati, almeno 160 le perquisizioni effettuate a partire dall’alba di ieri da un autentico esercito di 500 poliziotti mobilitati dalla Questura e messi a disposizione anche da altri reparti, dalla Digos al Reparto Mobile, dagli elicotteristi alle unità cinofile, fino agli uomini delle questure umbre e abruzzesi. I blitz sono scattati in vari campi nomadi della città e dintorni (da Tor Di Quinto a via Boiardo, all’ Anagnina), fino ai Castelli Romani e Rocca Cencia. Fra le 119 persone che rispondono a titolo personale del reato di corruzione e falsi vari, compaiono stranieri e italiani, coloro che hanno di volta in volta offerto o usufruito dei «servizi» dell’organizzazione: i falsi padri (soprattutto anziani indigenti scovati anche loro tra le liste dei servizi sociali comunali) che hanno certificato il riconoscimento di figli inesistenti; persone pronte a testimoniare sulla falsa residenza degli individui da «naturalizzare»; i cosiddetti procacciatori, i ganci che dovevano reclutare i falsi padri o individuare i nominativi da clonare. Per tutti c’era a disposizione una percentuale sugli introiti che si aggiravano sui 20mila euro a pratica. Il modus operandi era duplice. Da una parte la cittadinanza era ottenuta con lo stratagemma della dichiarazione di paternità (60 i casi accertati dal 2001 a oggi). Per la residenza il nomade indicava un luogo fittizio che i vigili omettevano, appunto, di verificare. In via del Testaccio 61 risulterebbero residenti 50 nomadi italianizzati, ma all’indirizzo corrisponde una specie di grotta. Oppure, gli impiegati comunali con password d’accesso rubavano letteralmente le generalità di romani iscritti all’Aire, l’Anagrafe italiana per i residenti all’estero, sulle cui basi producevano carte d’identità clonate (15 casi). Un sistema più rischioso, ma attraverso cui far sparire eventuali precedenti penali. È capitato però che un inglese di 20 anni tornato a Roma avesse fatto richiesta per la carta d’identità: anche in questo caso c’era, ma con la foto di un romeno.