Analisi / Emma a due velocità: al governo chiede decisioni ma sulla Fiat ha tirato in lungo

Emma Marcegaglia, capo supremo della Confindustria, predica bene (però non sempre), ma razzola male, anzi malissimo. Infatti sostiene che il governo deve fare le riforme e si rammarica che questo non accada (però il governo ha varato proprio in questi giorni la riforma universitaria). Ma per quel che riguarda la regina delle riforme, quella dei contratti di lavoro, su base aziendale, impostati secondo criteri di produttività, che riguarda la principale impresa italiana, la Fiat e i suoi addetti, è sembrata tenetennare oltre ogni limite.
Non paga di ciò, ha chiuso i battenti del suo ufficio e se ne è andata negli Stati Uniti, per partecipare a una conferenza, guarda caso nel periodo natalizio, in cui anche oltre l’Atlantico, c’è molto più interesse per gli acquisti di Natale, che per i convegni. E, paradosso incredibile, Sergio Marchionne, il quale invece deve risolvere il problema del contratto di lavoro per Fiat Mirafiori, che condiziona il destino di questa storica fabbrica e di una parte rilevante dell’indotto dell’auto di Torino, ha dovuto incontrare Marcegaglia ieri sera a cena a New York, per sapere che cosa vuole fare al riguardo la Confindustria. Nel frattempo gli operai di Mirafiori aspettano, di ritorno dalla cassa integrazione, con la prospettiva di dovervi rientrare tra poco. E c’è il rischio che lo stabilimento torinese, tra qualche anno, esauriti gli attuali programmi di lavoro, smetta di produrre e vada ad affiancare il Lingotto, tra gli edifici industriali dismessi, aumentando la lista del nostro patrimonio di «archeologia industriale», gestito a cura del ministero delle Attività culturali.
Infatti, il contratto che il presidente della Fiat, John Elkann, e l’amministratore delegato Marchionne ritengono indispensabile per consentire a Mirafiori di produrre anche veicoli con il marchio Jeep per i vari mercati, in modo conveniente per la casa Usa, che ora Fiat controlla, cozza contro il contratto nazionale metalmeccanico vigente, tra Confindustria e sindacati nazionali. Questo contratto consente alcune deroghe per i contratti aziendali, ma non contempla tutte quelle del modello contrattuale proposto per Mirafiori. Questo non va considerato solo con la mentalità italiana, ma anche con quella americana di Detroit. È vero che la Chrysler è controllata dalla Fiat, ma è un’impresa degli Stati Uniti, che sta uscendo dalla crisi grazie alla sovvenzione del governo federale e al sacrificio del sindacato dei lavoratori dell’auto di Detroit, che ha ricapitalizzato l’impresa mettendovi i soldi del proprio fondo pensioni e del proprio fondo sanitario. Una scommessa che al di là dell’Atlantico non possono perdere e che Marchionne ha garantito.
Il contratto aziendale in questione, insomma, non è una sua invenzione padronale oppressiva, è un modello che serve a produrre utili anziché perdite, e che viene adottato anche dagli americani e negli altri stabilimenti Fiat, fuori dall’Italia. Accanto alla produzione di veicoli Jeep, che assicura un mercato costante, trattandosi di un prodotto «classico», che non va mai fuori moda, Mirafiori dovrebbe produrre modelli di auto Fiat. E anche in questo caso, il quesito che Elkann e Marchionne si pongono e che viene sottoposto a Marcegaglia, tra le luminarie natalizie degli eleganti negozi di Manhattan, è il seguente: «Può la Fiat fabbricare a Mirafiori auto con un contratto di lavoro diverso da quelli in vigore negli altri Stati europei in cui il gruppo del Lingotto opera? Cosa potrebbero affermare gli azionisti e il collegio sindacale di Fiat Auto e del gruppo Fiat? Marcegaglia sino a ieri sera è stata zitta o si è barcamenata con frasi da Sibilla Cumana, del tipo «Confindustria è una libera associazione», come dire che se alla Fiat non piace il contratto nazionale può uscire da Confindustria, ma anche che questa potrebbe proporre nuove deroghe per il settore auto. Eppure non era la stessa Marcegaglia a dire che il governo non è abbastanza decisionista? Non avrebbe dovuto aspettare che Marchionne la raggiungesse a New York per prendere una posizione. La questione le era nota, perché ne scrivono tutti i giornali. E il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, dal canto suo, ha sciolto le riserve e sostiene che il contratto si deve fare, per il bene di tutti. Infatti, gli operai tedeschi dell’auto quest’anno devono rinunciare a parte delle ferie, perché hanno lavoro straordinario, per il boom delle esportazioni. E in Germania vige la contrattazione aziendale. Fanno meno ferie, perché hanno più lavoro e più paga, essendoci più prodotto con maggiore produttività. E il loro Natale sarà migliore.