Gli analisti: sopravvalutate le attese di recupero dai contenziosi legali. E gli aspiranti compratori frenano la loro marcia, Granarolo in testa La Borsa ci ripensa e Parmalat crolla Dopo l’euforia del debutto, il titolo del gruppo alimentare perde il 12

da Milano

La Borsa ci ripensa e Parmalat affonda, dopo l’euforia del debutto. Sull’onda delle vendite - è stato scambiato circa l’8% del capitale sociale, 129 milioni di azioni - i titoli dell’azienda alimentare sono scivolati fino a toccare 2,63 euro: un calo del 12,89%, che ha bruciato quasi un miliardo di capitalizzazione portandola a 4,1 miliardi dai 4,9 di lunedì sera. Ma la giornata ha visto anche un minimo di 2,57 euro, e perfino una sospensione al ribasso per il titolo del gruppo alimentare, che lunedì aveva chiuso sopra i 3 euro.
Una caduta annunciata, per la verità: gli analisti avevano già messo in conto, almeno parzialmente, un ridimensionamento delle quotazioni. Secondo gli esperti, infatti, i multipli della società sono sopravvalutati rispetto alla media del settore. Il mercato se ne è reso conto e ha scelto la cautela: tanto più che la valutazione è strettamente connessa alla percentuale di revocatorie e risarcitorie che entrerà nelle casse dell’azienda di Collecchio.
La richiesta è di circa 40 miliardi: ma secondo le statistiche, i ricorrenti incassano dalle transazioni mediamente tra il 5 e il 6 per cento. Se così fosse, si tratterebbe comunque di una cifra di tutto rispetto, intorno ai due miliardi.
Infatti, si basava soprattutto su questa possibilità di introito, secondo gli esperti, la valutazione intorno ai tre euro, emersa anche sulla base degli scambi effettuati sul mercato grigio prima del ritorno del titolo in Piazza Affari: ma lo stesso management dell’azienda, nel corso dell’incontro con la comunità finanziaria di ieri, ha gettato acqua sul fuoco delle aspettative, sottolineando che eventuali risarcimenti derivanti dai contenziosi legali saranno trattati come sopravvenienze attive e quindi tassate. E, soprattutto, l’addio di Enrico Bondi, il «ricostruttore» di Parmalat, potrebbe abbassare il livello dell’aggressività nei confronti delle banche verso cui sono state inoltrate azioni legali, tanto più che anch’esse sono azioniste, almeno al 27%, tra italiane e straniere.
E il futuro? Fra gli analisti, le scommesse sulla valutazione del titolo proseguono ma si diffonde l’opinione secondo cui il prezzo dovrebbe stabilizzarsi presto. Ieri, infatti, avrebbero venduto soprattutto due categorie di investitori: i fondi, che avendo fatto incetta di obbligazioni a poche decine di centesimi l’una, ne hanno approfittato per realizzare, e i risparmiatori rimasti invischiati nella trappola della gestione Tanzi, a cui non è parso vero di poter recuperare qualcosa. Da lunedì, potrebbero tornare ad acquistare, oltre agli azionisti - banche in prima fila - interessati ad avere voce in capitolo nell’assemblea che a novembre nominerà il consiglio di amministrazione, anche i pretendenti all’ex impero di Tanzi, desiderosi di mettere in carniere qualche quota in attesa di scatenare la battaglia.
In molti hanno manifestato interesse, a cominciare da Luciano Sita, presidente di Granarolo: ieri però ha detto che resterà alla finestra fino a quando non sarà chiarita la compagine azionaria della nuova Parmalat. Da parte sua Vincenzo Miceli, amministratore delegato di Nestlé Italia, non ha commentato le indiscrezioni di un possibile interesse per Parmalat da parte della multinazionale svizzera.
Unica a farsi avanti, ieri, la società spagnola non quotata Nueva Rumasa, che si è offerta di rilevare la controllata spagnola di Parmalat Clesa per 180 milioni di euro cash. Se riuscirà nel suo intento, Nueva Rumasa prevede di fondere Clesa con le sue attività alimentari, specializzate in dessert a base di latte e cioccolata, con un giro d'affari di circa 300 milioni di euro.