Anastasi il picciotto: «Snobbammo Haiti e quelli correvano»

«Dopo quella partita in Germania, Chinaglia non tornò nemmeno in ritiro»

bra», è Giovanni Arpino, è l'istantanea del mondiale di Germania, nato male e finito al primo turno per l'Italia. Si gioca in un Paese blindato, la strage di due anni prima durante le Olimpiadi riempie i tetti di tiratori scelti. Consegnata definitivamente al Brasile la coppa Rimet, in Germania fa il suo esordio la Coppa del mondo Fifa, cinque chili d'oro a diciotto carati. Storico nella fase finale: si gioca il derby tra le due Germanie, vince l'Est 1-0. Gli olandesi vanno in ritiro con mogli e fidanzate, mentalità aperta come il loro gioco. Perché è il calcio totale la bomba che esplode in Germania. Ti avvelenano col fuorigioco, ti mordono con il pressing: Cruyff è il «profeta del gol», Rinus Michels il ct deus ex machina. Imbattuti, perdono la finale per colpa di un cobra col sedere basso e la testa sveglia quanto i piedi: Gerd Muller, centravanti della Germania, che li infilza due volte e rimonta il rigore di Neeskens. L'Italia è un'armata stracca, i vicecampioni di Mexico '70 sono al valzer d'addio. Valcareggi è guardato a vista dalla triade Franchi, Carraro e Allodi. A giocarsi un posto in attacco c'è un siciliano di Catania, Pietro Anastasi (ancora Arpino: «Il colore olivastro di Petruzzu metteva una macchia insolita tra le gambe pallide dei suoi compagni»).
In Germania da vicecampioni del mondo, che cosa si aspettava l'Italia da voi?
«Che vincessimo il titolo. Come al solito. E per un po' ci abbiamo creduto, "meglio incontrare l'Olanda o la Germania?" ci chiedevamo prima della partita con la Polonia».
Come era nata quella squadra?
«Per il calcio italiano era un momento strano, di ricambio. La Lazio aveva vinto il campionato, ce n'erano quattro di loro in nazionale. E facevano gruppo a sé. Rivera era sovrappeso, ma era il preferito da Riva. Ricordo la rabbia di Juliano, quando distribuirono i numeri. Dall'uno all'undici erano quelli dei titolari, non si andava più in ordine alfabetico, e lui era fuori. A me toccò il 18, ma sapevo di potermela giocare».
Un flash dal ritiro di Ludwigsburg?
«Tato Sabadini che prende la chitarra e comincia a suonare».
Valcareggi come gestiva la squadra?
«Si fidava molto dei giocatori più esperti. Parlava con Riva, Mazzola e Rivera. Con i più giovani era un padre di famiglia».
E con lei?
«Mi chiamava Picciotto. Fin dagli europei del '68. Dopo il primo tempo con Haiti, mi dice "Picciotto scaldati": l'ho fatto per venticinque minuti, non entravo mai...».
Già, Haiti. Giocatori con nomi da pirati: Francillon, Bayonne, Jean Joseph, Saint Vil. E Sanon, il centravanti che infrange l'imbattibilità di Dino Zoff dopo 1143 minuti. Poi Rivera, un'autorete e Anastasi timbrano il 3-1. Con molte nubi. Che cosa successe quel 15 giugno '74?
«Che prendemmo il primo tempo sottogamba. E quelli correvano come dei matti. Noi non conoscevamo nulla di loro. Ho ancora in testa il loro gol, Spinosi che arranca dietro questo Sanon. E poi la loro danza di festa, da rimanere a bocca aperta».
Minuto 69: Chinaglia sostituito manda a quel paese Valcareggi. Poi negli spogliatoi fa il resto, sfascia una cassa di bottiglie d'acqua. Come reagì la squadra?
«Chinaglia quella sera non tornò nemmeno in ritiro...».
E dove andò?
«Non tocca a me dirlo. Ma i dirigenti dopo averlo cercato a lungo, lo trovarono solo a tarda notte. Quell'episodio non fece bene a un ambiente già abbastanza logorato».
Con l'Argentina un insipido pareggio (1-1, su autorete) e a Stoccarda con la Polonia ci giochiamo il passaggio del turno. Basta un altro pari. Partita stracca, i polacchi sono degli schiacciasassi. 2-1 per loro (Capello all'85'). A casa.
«La Polonia era la squadra che assomigliava di più all'Olanda. Per noi era la prima volta contro una squadra a zona, non ci capimmo niente. Io ero all'ala sinistra, ma feci il terzino per per inseguire Szymanowski, un difensore di fascia».
Come reagirono gli italiani di Germania all’eliminazione?
«Ci fischiarono e aggredirono. Castellini provò ad affrontarli per calmarli, ma con scarsi risultati. C'era da capirli: noi tornavamo a casa, ma loro rimanevano lì a prendere insulti».
In Italia non andò meglio, vero?
«Lasciammo Malpensa da un'uscita secondaria scortati dalla Polizia. I tifosi lo vennero a sapere e ci inseguirono in autostrada. Io mi feci lasciare lungo il percorso».
Chi fu il miglior giocatore di quel mondiale?
«Cruyff per la classe. E Muller per la rapidità sotto rete. Mai più visto un centravanti così».
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