Ancelotti ai suoi: «Addormentati» Galliani agli arbitri: «Troppi errori»

Ancelotti è stato il più brutale, Galliani il più chirurgico. L’allenatore, nel segreto dello spogliatoio, ha parlato agli eroi di Atene senza ricorrere a metafore. «Diamoci una svegliata, siamo addormentati» la sua frase-simbolica, volutamente declinata al plurale per evitare scomodi distinguo tra sé e la squadra. Nessuna reazione presso l’uditorio, teste basse, silenzio rumorosissimo. «A giocare così non si può andare avanti», l’altra frase e via con la serie, pignola, delle osservazioni, degli errori, singoli e collettivi, commessi contro l’Empoli e non solo. Le conseguenze pratiche non sono e non possono essere quelle canoniche: fuori uno, due giocatori, dentro altri. Al Milan non fanno così, neanche sotto tortura. Domani sera, in Champions contro lo Shakhtar, c’è solo da recuperare Kakà (colpo al ginocchio sofferente per la tendinite), da riportare Kaladze al centro della difesa, tappare il buco di Jankulovski con Favalli e schierare Gilardino unica punta, lasciando a Kalac il compito di rimpiazzare lo squalificato Dida.
Adriano Galliani, in pubblico, a Milanello, dinanzi agli sponsor, ha indicato col dito la luna. «La partita con l’Empoli ha confermato che abbiamo difficoltà in casa, con le squadre che si chiudono: ora bisogna trovare la cura» la sua analisi condivisa anche dall’allenatore, naturalmente. «A un certo punto della partita ho pensato: ci vorrebbe uno come Bierhoff» il secondo passaggio didascalico fornito dal vice-presidente esecutivo. Che non vuol certo dire un ritorno sul mercato. E non solo perché non è disponibile, al momento, uno come il tedescone («col quale vincemmo uno scudetto»). Semmai le scelte sono future e riguardano nomi che danzano nelle cronache premature di calcio-mercato. «Kanoute è uno che piace al presidente Berlusconi e a me, Drogba è uno fortissimo» le uniche frasi sulla materia scottante sfuggite al vicepresidente che non ha autorizzato altri programmi per gennaio. «Depositeremo il 4 gennaio il contratto di Pato e sarà quello il rinforzo previsto» la conferma solenne.
Ma non è l’unica, isolata concessione all’autocritica. Perché a Galliani non sfugge il problema numero uno: far gol alle squadre che a San Siro arrivano e si piazzano in nove dietro la linea della palla. «Dei gol in casa, uno, casuale, di Seedorf, è venuto su azione, gli altri su rigore» l’altra segnalazione che vale come un riconoscimento pubblico di un limite, clamoroso. Perciò è nelle condizioni di poter parlare anche ai tifosi, riconoscere come legittimi i fischi, «il loro disappunto» ma rimettendo nel recinto della normalità gli accadimenti ultimi. «Siamo in crisi ma non c’è caos. Il caos esiste quando un presidente licenzia tutti, allenatore e giocatori si azzuffano» sottolinea e forse è la giusta rincorsa per affrontare la questione arbitri, al solito un terreno minato. La premessa, «non è in discussione la loro buona fede», mitiga appena appena la portata delle accuse. «Lo ha riconosciuto anche l’associazione dei consumatori: ai 5 punti precedenti ci han tolto un sesto, col rigore, clamoroso, negato contro l’Empoli. Sei punti in otto giornate non sono una percentuale piccola» la sua fredda analisi. Appesantita dalla ripetitività degli errori che non è un fendente alla gestione Collina, ritenuto uno al di sopra di ogni sospetto. Come dimostrò un famoso precedente: Collina arbitro di Milan-Juve dell’8 maggio, scontro decisivo per lo scudetto. Non assegnò un rigore su Cafu e nessuno glielo rimproverò. Era il campionato dello sgambetto di Siena e di tanti altri episodi finiti dentro «Moggiopoli». «Chi sostiene che il Milan snobba lo scudetto dimentica che per due anni abbiamo tenuto testa alla Juve e abbiamo lottato fino all’ultima giornata del campionato, da soli, contro la Juve» la frase di Galliani. Che è piena di rimpianti ma anche di interrogativi. «Possibile che una squadra con 6 candidati al Pallone d’oro debba ridursi così?» si chiede prima di chiudere.