Ancelotti: «Colpo basso per tutti ma non scriverò io le sentenze»

Il tecnico: «Non mi aspettavo uno scenario simile. Ma nessun dubbio sulla regolarità del campionato juventino»

Franco Ordine

nostro inviato a Milanello

Altro che silenzio. A poche ore dal passo d’addio del campionato, Carlo Ancelotti rompe il clima raffermo e apre il fascicolo delle intercettazioni svelando i sentimenti del mondo Milan, la squadra che risulta bastonata dall’esito degli ultimi due tornei perché è quella che tallona, disperatamente, fino in fondo, la Juve di Giraudo e Moggi, masticando amaro, trovando più di una conferma a certe convinzioni coltivate nel segreto. «No, non me l’aspettavo uno scenario così, e per me che sto da questa parte è un vero dispiacere»: la confessione di fondo di Ancelotti offre la dimensione dei fatti e degli avvenimenti, c’è poco da giocare col folclore e con i dialoghi coloriti. «Per parlare in modo compiuto di tutti gli avvenimenti, ci vorrebbero giorni» comincia Ancelotti e sembra l’incipit di uno sfogo a tutto tondo, è invece un intervento sincero, misurato, in perfetta sintonia con l’uomo che non ha rancori da sfogare e parla senza distribuire sentenze ma chiedendo rigore e trasparenza, «perché il calcio italiano non ne esce bello, pulito, c’è un gran trambusto».
Due paletti però vengono piantati da Ancelotti nel terreno di una discussione delicata di un sabato del villaggio calcistico col fiato sospeso che parte dalle vicende scottanti delle intercettazioni e a quelle ritorna, evaporando per una volta dalla banale agenda delle partite, lo schieramento da mandare in campo. «Per tutto l’ambiente, allenatori e calciatori compresi, si tratta di un colpo basso. Il secondo punto è: la materia è nelle mani degli organi competenti che hanno l’occasione per valutare, decidere e restituire credibilità al settore, lavorando con velocità come ha promesso Carraro»: scolpisce le parole Ancelotti che si cala nei panni di chi «nel calcio vive da venti anni» e «voglio starci ancora, continuando a vivere la passione». Parla a nome di una platea molto più vasta, insomma e di sicuro interpreta lo spirito del suo spogliatoio scosso e turbato.
Ma niente colpi bassi alla Juve. «Non ho mai pensato che il suo attuale vantaggio di 3 punti non fosse regolare»: Carlo Ancelotti è fatto così. Un altro, uno qualunque, e perché no, magari uno come Fabio Capello, al suo posto, con quel secondo posto di un anno fa investito da una luce diversa, e con l’attuale secondo posto che tanti distinguo autorizza, avrebbe potuto spandere veleni a piene mani. E invece no. Ancelotti ha messo la sordina ai processi mediatici. «Io non faccio il giudice sportivo, ci sarà il tempo, appena la vicenda sarà chiarita, per dare una risposta ai dubbi e ai teoremi» è la sua tesi che non cambia nemmeno dinanzi agli inevitabili quesiti a proposito di Bertini, fischietto di Juve-Milan del dicembre 2004, o a proposito di Pieri, arbitro «richiesto» da Moggi per il trofeo Berlusconi e poi protagonista di Milan-Livorno, prima di campionato, una settimana dopo, con l’espulsione di Dida. «Non ho pensato a questo o a quell’episodio, ho in proposito le mie idee, e non mi sento di divulgarle in questo momento, nessuno di noi può scrivere una sentenza» la dichiarazione di Ancelotti.
Che non rinnega il suo passato, quei due anni in bianconero, con due secondi posti che gli costarono un rinnovo seguito da un esonero atipico. «A quei tempi il rapporto è stato ottimo, ho lavorato al fianco di persone capaci, sono due anni che non ci sentiamo anche se ci siamo visti spesso» è la frase che può voler dire tutto e niente, può marcare la distanza ideologica da certe pratiche o dar conto della mancanza assoluta di frequentazioni. Ma devono andarsene, dimettersi?, gli chiedono. «Quando saranno stabilite le responsabilità, sarà possibile prendere e valutare le decisioni personali» la risposta neutra. Che si combina alla perfezione con la frase dettata da Galliani a Milanchannel: «Sarà la federazione a fare chiarezza sui fatti». Nessun coinvolgimento della sfida tricolore ancora in bilico, formalmente. «Alla Juve bastano 4 punti in 180 minuti, non credo che la squadra risulterà condizionata dalle polemiche» chiude Ancelotti. A lui, sotto sotto, non piacerebbe vincere così. Non per niente si chiama Carlo Ancelotti.