Ancelotti frusta il Milan: «Ragazzi, lavorate male»

Galliani: «Vedo troppe facce tristi» Braida incollato alla squadra per evitare sbavature comportamentali

Franco Ordine

nostro inviato da Milanello

«Di quanti anni fa è questa foto? Meno di tre anni? Ah, pensavo fosse passato un secolo». Adriano Galliani sbarca a Milanello e passa in rassegna, nel corridoio centrale del collegio, tra moquette e silenzi imbarazzati, le gigantografie che fanno da allestimento alla storia ventennale dei trionfi berlusconiani. La foto indicata dal vice-presidente vicario è una delle tante istantanee di Manchester, maggio 2003, e forse la riflessione, fatta a voce alta prima di volare a Roma, ha un valore didascalico per tutto il depresso ambiente. Valore confermato qualche ora dopo al microfono di milanchannel quando il dirigente invita tutti ad esercitare la virtù della pazienza, «arriviamo da tre anni super, la società è forte, c’è una grande proprietà, l’allenatore è saldissimo, il management è in grado di gestire, non c’è nulla di drammatico, calma e gesso» ripete e scandisce per cementare un gruppo fragile emotivamente. Ma è il segnale dell’elettricità che si porta dentro il Milan, in queste ore seguite al naufragio di Palermo: basta una scintilla e si accendono le luminarie, scattano gli allarmi, si ripetono errori, distrazioni, sbandate. Da qualche giorno a Milanello c’è una presenza inedita, Ariedo Braida, il dg rossonero, «scelta saggia per un momento delicato» sostiene Ancelotti, «una specie di commissario politico» scherza un cronista, di fatto è la notifica dell’attenzione di Galliani ai problemi tecnici e fisici, un controllo diretto esercitato per mettere fine anche a cento piccole disfunzioni registrate nella vita quotidiana. Per esempio i piccoli ritardi sugli allenamenti, le auto non lasciate sul piazzale e guidate fino al vialetto dello spogliatoio per guadagnare minuti, per esempio i permessi aboliti quanto a impegni extra, premiazioni, inviti, ecc. «Stavamo diventando l’Inter» chiosa un esponente del gruppo apprezzando il perentorio giro di vite.
«Quanti di questi calciatori sono ancora da noi?» Adriano Galliani continua a interrogare la foto del 2003 e per la prima volta si sofferma ad ascoltare domanda dopo domanda, tutta la conferenza-stampa di Ancelotti, interessato come i cronisti, ai passaggi più scabrosi, stoccate e affondi ascoltati per la prima volta. Sulla salute del Milan, che è l’aspetto più discusso all’interno, con Tognaccini che mostra i grafici mentre il campo tradisce risultati meno confortanti. «Dal punto di vista fisico la squadra non sta benissimo» sostiene Carletto. Di qui la svolta perentoria: «E per questo, dal punto di vista tattico, voglio vedere terzini che non attaccano, centrocampisti che coprono meglio e attaccanti che si sacrificano: quando saremo fluidi, allora torneremo a fare le cicale». È il sabato delle denunce di Ancelotti, altre ammissioni messe in fila hanno un bel taglio accusatorio. «Giochiamo male perchè siamo in apprensione» la prima. «I risultati sono lo specchio dei nostri allenamenti, sul lavoro ultimamente non c’è stata l’applicazione dovuta» la seconda. E sullo stato di crisi di alcuni esponenti, da Dida a Sheva, Carletto non si tira certo indietro. «Pochi stanno dando il massimo, loro lo sanno, l’autocritica del gruppo è un bel segnale, punto sul loro orgoglio» è il passaggio più importante che si sposa anche «con la cieca fiducia» nei mezzi della squadra, messa alla frusta anche sul tema della rifondazione. In altri tempi sarebbe partita una raffica di smentite: Ancelotti è invece tiepido sull’argomento, rinvia la risposte. «Ci sarà tempo e modo per pensarci»: come dire, cari miei, vi giocate il posto e anche lo stipendio da nababbi per il futuro. Nel quale si riaffaccia Paolo Maldini, scaldato per domenica prossima a Reggio Calabria.