Ancelotti lo giura: «Non ho gufato» E dà la sveglia a Kakà

nostro inviato a Milanello

Possiamo credergli sulla parola. «Giuro, non gufo davanti alla tv» assicura Carlo Ancelotti e non ha bisogno di alzare la mano destra, come in un’aula di tribunale degli States. Ancelotti non gufa quando c’è l’Inter in tv, la sera prima. «Semmai sto attento a studiare il Palermo col quale dovremo giocare prossimamente», aggiunge per rendere più credibile la sua tesi controcorrente in un ambiente dove si sprecano le macumbe, solitamente senza profitto. Aggiunta che tiene conto della serata di venerdì, consumata sempre davanti al plasma, a vedere il Mantova di Billy Costacurta. «Sorprende la velocità con cui ha invertito la tendenza negativa del Mantova, lo trovo molto inglese nell’atteggiamento», racconta Carletto pronto a documentare le sue lontane origini mantovane, «sono nato in una terra di confine» per giustificare la simpatia improvvisa. E d’ufficio inserisce il nome di Costacurta potenziale, prossimo concorrente interno, tra i meriti dell’era Sacchi. «Fu lui a insegnarci la cultura del lavoro, perciò da quel gruppo sono usciti molti allenatori», osserva puntiglioso.
D’accordo, Ancelotti non gufa ma nel frattempo sottoscrive l’ultimo programma della real casa rossonera dopo lo scivolone di Lecce. «Dobbiamo tornare in testa alla classifica», spiega e immagina di realizzare il piano prima di arrivare alle curve più insidiose del girone d’andata, tra Palermo, Juve e Fiorentina, tutte concentrate nel mese di dicembre. Ma per farlo ha bisogno di un paio di fattori: il risveglio degli attaccanti e la fine dell’effetto perverso provincia, lamentato dal suo Milan anche in questa stagione (7 punti persi in 3 stazioni, Bologna, Cagliari e Lecce tutte coinvolte nella zona retrocessione). Primo aspetto: gli attaccanti latitano. E non solo perché Marco Borriello, fermo a quota uno (gol a Reggio Calabria) è ancora afflitto dall’ennesimo insulto muscolare conseguenza più della sua mancata serenità interna che di una fragilità muscolare mai lamentata l’anno prima, col Genoa. Al suo posto, col Chievo, oggi tocca a Inzaghi in ballottaggio con Pato nella consapevolezza che «l’uno o l’altro non cambiano granché la caratteristica dell’attacco» la spiegazione a latere di Ancelotti fatta apposta per far conoscere l’attuale graduatoria dei magnifici sei, Pippo il primo rincalzo dietro Borriello, mentre Pato concorre al posto di Dinho. «E Shevchenko?» chiede malinconica la cronista in gramaglie? «È molto motivato, disponibile, in crescita» garantisce il tecnico. «Vedrete, arriverà anche il suo momento», scommette Leonardo.
Secondo aspetto: il Milan balbuziente quando affronta le provinciali. «La partenza col Bologna non fa testo, Cagliari fu una parentesi, a Lecce di negativo trovo solo il risultato» la ricostruzione di Ancelotti. Rimasto in silenzio sulla faccenda arbitri. «Mi adeguo da oggi alle decisione della società», osserva come un soldatino sull’attenti. Segno che c’è stato sull’argomento un confronto interno chiuso dalla consegna «Nessuno più parli degli arbitri».
In verità ci sono anche altri ritardi che passano al momento sotto silenzio. Kakà, per esempio, piantato a quota 3 gol (2 su azione, 1 su rigore più l’errore dal dischetto contro il Napoli). «Non è al top, non è ancora lucido nel dribbling ma si tratta di un periodo di transizione» il giudizio di Ancelotti che non respinge l’addebito. Anzi, lo rilancia nell’intento di farlo sapere a Riccardino, innervosito da questo magro bottino (e diffidato, quindi sotto squalifica, da scontare prima della Juve, gli suggeriscono i più). «L’unico che fin qui ha dato un contributo inatteso anche in materia di gol è Ronaldinho, non a caso più utile e produttivo nelle partite di San Siro» sottolinea Ancelotti, che sembra fare di questo recupero, atletico più che tecnico-comportamentale bisognerebbe aggiungere (finora ha sgarrato una sola volta, e in occasione di una trasferta in Brasile), il fiore all’occhiello della stagione.