Ancelotti, l’archeologo alla ricerca dell’ala perduta

T utto sommato, il gesto tecnico più significativo del week-end resta quello di Ancelotti, quando prende tutti per il naso dicendo che farà giocare Ronaldo «ala tornante». Non è certo la battuta che va rimarcata. L'allenatore del Milan (battuta per battuta: non metta Ronaldo in mano al suo dietologo) sale sugli scudi per il linguaggio riesumato improvvisamente da un'altra era glaciale. Complimenti al signor Carletto: non si trova più in giro un solo mister - ma nemmeno un solo giornalista, come noto sempre il primo a subire il linguaggio di moda - che parlerebbe ancora di «ala tornante».
L'amarcord è struggente. Diventa l'occasione per rileggere, e magari rimpiangere, lo slang di settore in voga fino a una ventina d'anni fa. Diciamo prima dei Sacchi, ma soprattutto prima dei mostruosi replicanti, meglio detti Sandreani.
Dedicato al ragazzino della scuola calcio: ci fu un'epoca, un'epoca molto lunga e gloriosa, in cui nessuno gli avrebbe mai urlato di salire, ma semplicemente di avanzare. Allora, in quell'altro mondo, gli esterni della difesa a quattro erano semplici terzini. In mezzo all'area non c'erano i due centrali, ma lo stopper e il libero. Poi, avanzando nella formazione, s'incontravano il mediano e la mezzala, destra e sinistra, più un rifinitore e un paio d'attaccanti, noti come centravanti e ala. Se stava a destra, ecco l'ala destra di cui parla l'archeologo Carlo Ancelotti.
Allora, difendersi smaccatamente significava erigere le barricate o fare catenaccio. In un impeto di teoria fisico-geometrica, si poteva dire alla squadra di avanzare il baricentro. Il massimo della modernità toccava ai terzini: quelli che non stavano impalati nella propria metà campo, si gloriavano del titolo di fluidificante.
Il ragazzino d'oggi, messo in campo e guidato con questo frasario, ci capirebbe poco. Adesso deve fare molta attenzione alla fase difensiva, deve aggredire gli spazi (?, n.d.r.), deve stare alto, deve spingere con gli esterni (noi, all'epoca, avremmo subito pensato a quelli fuori dallo stadio) e soprattutto deve guardarsi bene dal definire partita la partita: oggigiorno, la partita va detta gara. Come quella di ciclismo, di sci e di nuoto. E le punizioni? Una punizione appena fuori dall'area è da posizione «importante». Ultimamente si sente citare in sede di telecronaca l'«inerzia della gara», ma sinceramente neppure chi la cita sa ancora bene che cosa voglia dire.
Quando allora si importavano nella nostra sintassi il mister, lo stopper e l'off-side, si diceva che eravamo esterofili e provincialotti, nonostante il calcio fosse pur sempre nativo dell'Inghilterra. Adesso che siamo evoluti, andiamo comunque all'happy-hour e ci facciamo il personal-trainer. Questo per dire che il linguaggio cambia, noi no. Siamo sempre gli stessi. Cerchiamo solo di sembrare migliori ricorrendo al lifting acrobatico delle chiacchiere. Prendi Kakà: è il primo di sinistra nel centrocampo a quattro o gioca tra le linee col centrocampo a tre?