Ancelotti legge il futuro: «Vado a Mosca con Pato»

L’allenatore rivela: «Per la finale avevo scelto Cafu. In Champions dipenderà dal sorteggio. Il baby è più bravo di Kakà in contropiede»

nostro inviato

a Malpensa
Come nel dicembre dell’89. Stesso aeroporto, quello di Malpensa, stesso entusiasmo, un cordone sanitario di poliziotti, tifosi che invadono parcheggi, sala d’attesa e tornanti dell’autostrada, stesso cerimoniale. Con l’aggiunta della presenza di qualche politico in più, Bobo Maroni, numero due della Lega di Umberto Bossi, milanista doc, non sempre tenero con il suo presidente e con la squadra considerata molto datata. Meno di vent’anni dopo, Silvio Berlusconi è sempre in prima fila ad accogliere il Milan reduce dal Giappone con un altro dei suoi sterminati trofei, forse il più atteso e anche il più simbolico, il primo mondiale per club portato a casa. «Come si sente da presidente campione del mondo?» gli chiese Adriano Galliani al telefono domenica all’ora di pranzo, appena conclusa la sbornia della premiazione a Yokohama. «Benissimo» la risposta da Macherio. E Silvio Berlusconi arriva puntuale a incrociare il volo della Jal proveniente da Narita per salire sulla scaletta, attendere giocatori, staff tecnico al gran completo, fare con ciascuno di loro la foto-ricordo e poi passare dalla selva di telecamere e taccuini, con la coppa in mano. Ecco una delle poche novità: quell’altra coppa trascinata da Baresi e Arrigo Sacchi, era più pesante e anche più suggestiva, più scenografica. Giovedì sera farà bella mostra di sé a San Siro, prima della sfida di coppa Italia col Catania.
Da allora, dicembre dell’89, il Milan e Berlusconi non si sono mai fermati, mai voltati indietro. «Massimo Moratti mi ha telefonato per fare i complimenti a me e alla squadra» è la prima notizia passata da Berlusconi ai cronisti. Il segno della distensione dopo l’uscita di Mancini, «il torneo dell’amicizia» che non sembra contaminare il clima del derby vicinissimo. «Ci siamo dati appuntamento a San Siro per brindare insieme al Milan campione del mondo e all’Inter prima in classifica, sarà un riconoscimento per la città di Milano» la sua lettura ecumenica che non cambia da quando la famiglia Moratti è schierata sull’altra sponda calcistica. C’è una sola nuvola, l’affare Ronaldo. «Sogno da tempo il trio Ronaldo-Kakà-Pato» ripete. Sono pronti a chiamarlo il «Ro-Ka-Pa» ma bisogna attendere metà gennaio nel frattempo. «A Ronie succede qualcosa che non si capisce» segnala il presidente. Qui si tratta di una delicata questione psicologica. Ronaldo deve vincere la paura di farsi male. Il ritiro in Dubai sarà l’occasione per domare questo panico. Più tardi, il presidente toccherà anche l’argomento Ronaldinho: potrebbe stare nel Milan con altri campioni? «Un allenatore saprebbe come farli coesistere, darebbero vita a un gioco talentuoso e geniale» la risposta.
Col Milan campione del mondo, con i suoi beniamini, Inzaghi che gli promette e mantiene tutte le volte di fare un gol speciale, Silvio Berlusconi ha un rapporto unico. Che dura appunto da 20 anni. «Vincere in Giappone è ormai un’abitudine» segnala il presidente che definisce «una sensazione meravigliosa» quella arrivata con i quattro petardi di Yokohama senza perdere la spinta a inseguire «altri sogni e altre leggende» che fanno parte della missione antica affidata ai manager e ai tecnici rossoneri in una convention a Pomerio, nell’estate dell’87 addirittura. «Da questo successo bisognerà trarre una spinta per dare la scalata in campionato ai primi posti della classifica. Ai primi, non al primo perché quello è appannaggio dell’Inter, evviva» marca Berlusconi. Che non carica il derby di particolari ambizioni. «Il Milan può vincerlo solo se fa il Milan» è la sua previsione. Legata cioè a una resa eccellente, da Champions league tanto per fare un paragone attendibile e pertinente, molto vicino nel tempo.
La conclusione è un inatteso tuffo nel passato, una virata verso «Calciopoli» che celebra in questi giorni a Napoli l’inizio della fase penale dopo aver celebrato i processi sportivi con seguito di polemiche che ancora oggi dividono le fazioni, juventini contro milanisti, juventini e milanisti insieme contro gli interisti e via così. «Ancora con questa storia di Calciopoli ma non avete capito che è stata tutta una montatura» l’intervento di Berlusconi, interessato più a segnalare la vitalità del calcio, «non c’è Calciopoli che tenga» ripete didascalico per farsi capire da tutti. E per ridefinire i confini della vicenda la frase successiva è quella che conta. «Qualche club esercitava una grande influenza e l’ha fatta valere. Noi del Milan l’abbiamo subita e perso qualche scudetto» chiude Berlusconi. Adesso l’aspetta il Milan, l’incontro con Ancelotti e l’appuntamento al derby di domenica. Per cominciare a inseguire un altro traguardo.