Ancelotti: "Macché scudetto, io penso a Mosca"

Il tecnico rossonero: "La cosa che mi rende più orgoglioso è di aver schierato in Grecia sette giocatori italiani su undici"

Milano - La coppa è come un terzo figlio, sistemata tra Carlo e Luisa Ancelotti, in cima al jumbo che riporta il Milan dalla collina degli dei alla pianura di Milano. Già, i figli. Il primo omaggio di Carlo Ancelotti è per i suoi figli, il giuramento fatto a Davide che gioca al calcio e alla bella Katia che ha ambizioni di cantante. «Ho promesso loro che avrei smesso di fumare e così farò» informa determinato. Le ultime cicche sono state aspirate mercoledì sera, ad Atene, prima di cominciare la terza finale di Champions della sua carriera luminosa di allenatore. «La religione non c’entra» puntualizza. E se fosse anche un voto da sciogliere, buon per lui e per la sua fede di ferro nel frate di Pietralcina. Mentre la Luisa si coccola il terzo figlio, Carlo racconta sul fondo del jumbo la sua ultima impresa. Ha un velo di barba, gli occhialini da presbite al collo, la maglietta d’ordinanza dello sponsor che rievoca le date delle sette conquiste continentali e nessuna voglia di recitare la parte del ganassa. «Questo successo viene dalla terra, dalle mie origini contadine» spiega per far capire il peso esercitato dall’umiltà sua e dei suoi guerrieri. «Avrei dei sassolini da togliermi ma non è il caso» racconta e che nessuno pensi a improbabili dissidi con la società per la storia inesistente del contratto non prolungato. «Mai ho pensato di vincere e andar via. Io resto, non dico a vita perché mai dire mai, maresto fino a quando non mi sentirò sopportato e non avrò stimoli» è il primo avvertimento. Che significa una cosa sola: storia e favola continuano.

«La finale di Atene è stata più difficile, tatticamente, della finale di Istanbul ma non ho mai avuto paura di pareggiarla alla fine, c’era troppo poco tempo a disposizione. La posizione di Gerrard trequartista in effetti ci ha spiazzati maha tolto loro possibilità di mordere » l’ultima chiosa di una partita destinata ad entrare nel pantheon del calcio italiano e rossonero. Decisiva la scelta dell’eversore di Atene, il successore di Massaro dopo Atene ’94 (4 a 0 sul Barcellona). «Ho dato la precedenza a Pippo in omaggio alla sua esperienza e perché conosco alla perfezione come prepara certe sfide. Ho sciolto il dubbio martedì sera, dopo l’allenamento. Penso proprio che Inzaghi possa diventare il nostro Altafini, deve fare meno quantità di partite e moltiplicare la qualità della sua resa» i consigli per il futuro offerti all’eroe di Atene.

Eppure tutto cominciò con quella lettera-diffida del presidente dell’Uefa Johansson, scritta in estate, sotto la spinta di moggiopoli. «Mai ho pensato che l’Uefa potesse metterci il bastone tra le ruote, gli arbitraggi sono stati eccellenti, non hanno risentito di quel clima. Trovai quel comunicato strano e ingeneroso, mi sarei aspettato delle scuse. I complimenti di Platini per la prova fatta col Manchester hanno sanato la ferita » è la testimonianza di Ancelotti. Perciò forse la nuova sfida è già pronta, ci sono due città simbolo e due date da segnare in rosso sul calendario del Milan che verrà. «Il mio obiettivo è la coppa Intercontinentale, Tokio» la didascalica spiegazione di Carletto. Come per Atene dopo Istanbul, c’è un’altra ferita da sanare, un’altra rivincita da conquistare dopo aver perso, ai rigori, il duello con gli argentini del Boca Junior. E con Tokio, ecco la magia di un’altra capitale, Mosca 2008, la prossima finale di Champions. «Ma Carlo, scusi, di scudetto non si parla più?» gli chiedono quasi per provocarlo o per trovargli un nervo scoperto che scoperto non è. «Ma quale scudetto, la coppa dei Campioni è unica, un’emozione infinita» spiega prima di tornare dove c’è la sua Luisa che coccola la coppa gigante, questo terzo figlio con le grandi orecchie.

Non lo sfiora affatto la voglia di un mercato goloso e imponente. Ancelotti non è il tipo da preparare la lista della spesa. «Preferisce Sheva o Eto’o?» gli chiedono a bruciapelo. E a bruciapelo risponde: «Non ho preferenze» mentre si sa che lui ha un debole per il ragazzo d’ebano, il camerunense del Barcellona che resta legato a complicati giri di mercato. Nei piani della società c’è un attaccante da reclutare (Sheva o la freccia del Camp Nou si vedrà), un difensore da aggiungere al gruppo collaudato (Marzoratti, ritorno dal prestito all’Empoli, prende il posto di Costacurta), si riparla di Zambrotta, torna anche Donati a irrobustire il centrocampo, possibile un colpaccio. Tutte le strade portano a Buffon, nonostante le molte smentite. «Ma il mio vero orgoglio è quello di aver schierato in finale sette italiani su undici» chiude Ancelotti. E non si tratta di un banale riflesso statistico. Anche perchè più avanti, a finale ormai vinta, l’ingresso di Favalli, ha reso ancora più consistente il plotone.