Ancelotti: «Non ne posso più Abbiamo il virus dei perdenti»

La squadra: «Sì, mister, è vero». E lui, dopo la caduta con il Lille, promette: «D’ora in poi nulla come prima»

da Milano

La premessa è quella canonica dei discorsi franchi. «Tutti fuori, per favore» la richiesta di Ancelotti rivolta ai vari addetti presenti nello spogliatoio, ufficio-stampa e fisioterapisti, impiegati dello stadio e della segreteria. Ancelotti, da solo, al centro del salone, parla con un filo di voce, alzando il sopracciglio a mò di accento circonflesso. «Non ne posso più» comincia. Adriano Galliani, in disparte, sgomento, ascolta. Al Milan appena bastonato dal Lille in Champions league, bastano le prime parole per capire che è finito il tempo della reciproca comprensione. «Non ne posso più»: la frase di Ancelotti scolpita in un silenzio assordante vale più di cento cicchetti e di qualche sceneggiata napoletana. «Da oggi in avanti si cambia, non so come ma vi garantisco che niente sarà più come prima»: la dichiarazione dell’allenatore più che una misura punitiva diventa una specie di nuovo manifesto per provare a tirar fuori il Milan dalle sabbie mobili di una classifica deprimente e da una crisi che può diventare la più pesante della storia ventennale berlusconiana infarcita di qualche caduta (10º posto e 11º con Tabarez-Sacchi e Capello allenatori) clamorosa.
«Da quando sono arrivato a Milanello questo è il momento più complicato» è il riconoscimento che Ancelotti fa davanti al suo staff prima di annotare le altre inadempienze della squadra nella notte di Champions, col Lille. Giudizi sparsi: «Squadra senza più identità», «undici persone che vanno per proprio conto», «in testa hanno il virus dell’annata storta, che non si può correggere». «Mister è tutto vero» la loro risposta immediata prima di promettere maggiore impegno, a cominciare da ieri mattina, giorno destinato alla ripresa della preparazione, con Maldini, Inzaghi e Oliveira a dare l’esempio. Ancelotti sceglie la strada dell’elettrochoc perché è evidente il quadro psicologico: neanche i grandi campioni (tipo Seedorf e Kakà entrati nella ripresa) sono in grado di dare la scossa. Gli altri poi fanno discorsi pericolosi. «Gli arbitri ce l’hanno con noi, abbiamo sfortuna con i pali e le traverse e poi non abbiamo preparazione nelle gambe» ripetono da settimane. E persino Kalac se la prende con il pallone («fa veramente schifo») come se fosse la prima volta. Così la sconfitta, per il Milan, da eccezione rischia di diventare la regola a cui è impossibile ribellarsi. Perciò Ancelotti sceglie di abbandonare i panni del fratellone e di sfoderare lo scudiscio. «Non ne posso più» ripete per tutta la notte.