Da Ancelotti a Prandelli, tutti nel frullatore Ma questa volta (forse) il caso è più serio

Ci sarebbe da diffidare. Diffidare delle crisi, ma anche del catastrofismo di noi giornalisti. Diciamolo con franchezza: finora ci abbiamo preso poco sulle crisi. Ci abbiamo provato, intuito, anche esagerato, perché il calcio è così: fatto per ingannare, prima di dire la verità. O quasi. Abbiamo intravisto gli spettri per Ancelotti e oggi il Milan è il più serio candidato a riproporsi come antagonista da scudetto. Abbiamo vivisezionato gli errori di Mourinho, trovando nel derby una conferma alle critiche, ma ora l’Inter sta mostrando il suo riassestamento. Abbiamo liquidato la Fiorentina, ed ammiccato alla sopravvalutazione di Prandelli, ed invece rieccola. Aggiungiamo: abbiamo assecondato gli entusiasmi per Lazio e Napoli. E, infatti, guardate i risultati di sabato e domenica! Ora ci siamo con Juve e Roma. Le sputafuoco giornalistiche torinesi (le stesse che fino a sabato pensavano di aver trovato in Giovinco la soluzione di tutti i mali) hanno la crisi nel mirino: Ranieri da cacciare, spogliatoio da ricompattare, campagna acquisti sbagliata, modulo che non quadra. Insomma, niente di nuovo sotto il cielo grigio-neuro. A Roma sono bastate le foto di Spalletti per capire dove sta il male. Basterebbe frugare nei pensieri di Totti per intuire la fine del racconto. La solita storia del «o con me o contro di me». Forse servirebbe un altro padrone, non solo societario.
Ma tutto questo dice che le crisi di Juve e Roma sono più serie e consistenti. Andiamo per intuito, le certezze hanno bisogno ancora di qualche giornata di campionato. I problemi bianconeri galleggiano tra società e spogliatoio. La squadra era partita bene, poi di colpo si è sgonfiata. Le guerre interne non hanno mai portato frutti. La gioventù bianconera è una gioventù (quasi) bruciata, le assenze pesano, l’età pure: non è questione di fame, ma di benzina e di mancanza di qualità. Alla prima si può porre rimedio, alla seconda molto meno. Potrebbe essere una crisi di assestamento, l’anno passato dovrebbe aver insegnato qualcosa. Ma l’ambiente juventino è diventato tanto simile a quello interista di diversi anni fa: insofferente a tutto, pronto a scaravoltare tutti. Con la differenza di non aver i danari di Moratti in cassa. Ranieri non è mai stato un fenomeno della panchina, ma solo un buon navigatore. Ora viene davvero il difficile: ha contro una parte dell’ambiente e due mesi (intesi come partite) che potrebbero decidere il destino bianconero.
L’ambiente romanista segue copioni già visti: caccia alle colpe, anestetizzate dal grande amore tifoso, subbugli interni che si riverberano sulla resa in campo. La Roma ha perso contro squadre di medio-basso rango, tre sconfitte sono la prova di una debolezza. Squadra abituata agli alti e bassi, ma proprio per questo ha sempre raccolto poco. Finora il calendario l’aveva favorita, ora vengono le scalate più pesanti. Probabilmente qui le mancanze (per non dire colpe) del tecnico sono superiori a quelle di Ranieri a Torino: troppo abituato a un perfettismo di gioco che non può subire variazioni o adeguamenti alla bisogna. È il limite dei docenti post sacchiani: l’importante è l’essere convinti di se stessi, non convincere. E vincere.