Ancelotti: "Spero che finisca in maniera diversa"

Il tecnico del Milan: «Questa finale raggiunta dopo tante disgrazie è stata strameritata. Perciò abbiamo dentro tanta carica e ci sentiamo molto forti sul piano psicologico»

Atene - Chissà se un giorno vedremo un’altra squadra preparare così la finale di Champions come capita a questo Milan, curvo per le medaglie sul petto e allegro, felice. D’accordo, parte del merito, è da attribuire all’arrivo a sorpresa, dentro l’astronave dell’Olimpico, di Rivaldo, vecchio sodale rossonero, circondato come una Madonna, dal crocchio dei brasiliani di Milanello. D’accordo, parte del merito, è per la presenza, in sala-stampa, al cospetto di giornalisti di mezzo mondo, di Salvatore detto Sasà, amico fraterno di Gattuso: Kakà lo indica ad Ancelotti che gli strizza l’occhietto vispo. Il segreto è quasi tutto nelle parole e nelle opere di Carlo Ancelotti che si appresta a scavalcare Sacchi (due finali continentali, entrambe vinte) e a raggiungere Capello (tre finali consecutive, una vinta qui ad Atene, due perse) e lo fa in punta di piedi («l’accostamento fatto da Galliani è un motivo d’onore») in uno stato di totale serenità senza mai tradire un solo disappunto, una traccia benché minima di nervosismo anche quando lo incalzano domande e quesiti legati ai meriti del Milan e alla beffa di Istanbul. «Questa è un’altra partita e un’altra storia, spero che si concluda in modo diverso per noi» è l’auspicio che non è un ruggito e neanche un bercio ma arriva sospinto da un soffio di voce nel microfono acceso della sala-stampa dello stadio assediata da microfoni, telecamere e taccuini. «Non c’entra niente la finale di due anni fa, anche se sulla carta quella volta avevamo una squadra tecnicamente più forte» ammette Carlo e il pensiero naturalmente va a Stam e Crespo, a Shevchenko, gli unici tre assenti giustificati.
Chissà se diventerà un modello per chiunque, in futuro, avrà mai la fortuna di approdare all’ultimo atto della Champions league. Certo il Milan ha tracciato una strada, arrivando con tre facce distese, sorridenti, Ancelotti seduto in mezzo a Maldini e Kakà, pronto a disegnare il suo ruolo, diverso da quello tradizionale dell’allenatore sergente di ferro. «Io non mi sento uno capace di dare risposte, io mi sento uno dentro il gruppo» è il suo slogan fatto apposta per segnalare il cordone ombelicale che da cinque anni continua a legarlo, in modo indissolubile, alla squadra e alla società. «Se siamo riusciti ad arrivare fin qui dopo aver attraversato un inferno di problemi, il merito è della grande intesa che c’è tra me e la squadra, tra me, la squadra e la società. Nessuno di noi ha cercato alibi o colpevoli, insieme abbiamo cercato di risolvere i problemi. E i problemi, nel calcio come nella vita, non si risolvono al volo, ma con la pazienza»: nelle parole di Carlo Ancelotti emerge la vera prodezza compiuta dal Milan nei mesi tormentati dei grandi ritardi in campionato e dei ripetuti infortuni.
Dev’essere per questo motivo che il Milan si sente già a un passo dalla gloria. «Considero questa finale come un grande risultato. Averla raggiunta dopo aver vissuto le nostre disgrazie non è stata una fortuna, l’abbiamo strameritata» la dichiarazione di Ancelotti deve avere un indirizzo preciso, sembra rivolta a chi ha voglia di trovare qualche neo, qualche ombra, qualche demerito in una corsa che ha invece del prodigioso. «Perciò abbiamo dentro tanta forza, ci sentiamo molto forti sul piano psicologico» è la sua confessione che tiene conto della distensione e della serenità recuperate nelle ultime settimane. Proprio qui, ad Atene, nel mese di novembre, quando arrivò qualificato nel primo girone per affrontare l’Aek, Ancelotti propose una frase che sembrò sulle prime una spacconata. «Siamo venuti per prendere le misure allo stadio in vista della finale» disse. A poche ore dall’evento è in grado di confessare. «Quella volta lo dissi per consolare l’ambiente, era il peggior periodo della stagione, altre volte lo dissi per convinzione» chiude Ancelotti. Che distribuisce altri sorrisi e altri saluti. Chissà se un giorno rivivremo una vigilia così.