Ancelotti stile inglese «Mou cerca la polemica? Sorry, penso al Chelsea»

Zero titoli, zero titoli giornalistici. Carlo Ancelotti non è Josè Mourinho e lo sanno bene a Londra come a Milano dove i cronisti di ogni età e frequentazione lo accolgono con l'affetto che si riserva di solito a un vecchio, caro, sincero amico. Nessuna meraviglia allora se nel ridotto di San Siro, trasformato per l'occasione in una sala d'aspetto dove salutare i sodali frequentati per anni a Milanello, il placido condottiero del Chelsea decida di tenersi a distanza di sicurezza da argomenti scottanti, che possano incendiare una eccitata vigilia di Champions. La squalifica di Mourinho? «Non so e non ne voglio sapere» taglia corto Carletto appena desto da una corroborante pennichella, i segni del cuscino sul faccione, i capelli ribelli che s'impennano come cavalli imbizzarriti. La stilettata di Mourinho («Se Ancelotti ha detto che tutta l'Italia tifa per il Chelsea tranne gli interisti vuol dire che fa parte di un clan»)? Lascia perdere. «Io lavoro per il Chelsea, ho rispetto per l'Inter, sono concentrato per far fare bella figura alla mia squadra», la risposta che preannuncia la linea editoriale di Ancelotti e degli inglesi. Non abboccare all'amo del portoghese, lasciarlo nuotare nelle acque agitate di questa settimana di passione interista e interpretare, sotto gli occhi dell'Uefa e della terna spagnola (a proposito: è lo stesso fischietto di Istanbul, finale Milan-Liverpool), il profilo più basso possibile.
Smentita, al volo, la frase piccante messa nel circuito dai siti inglesi, «saremo l'incubo dell'Inter». «Mai pronunciata, non è nel mio stile utilizzare termini del genere, voi lo sapete» assicura invocando a testimoni i cronisti milanesi che lo hanno pedinato per 8 anni in giro per il mondo a vincere molte coppe e a raccogliere qualche sventolona di sconfitta. «Non mi spaventa il clima di San Siro, penso invece che dovremo dare il 100% per riuscire a superare il turno e lo stesso dovrà fare l'Inter se vorrà mandarci via dalla Champions» è la sua dichiarazione bon ton ripulita del termine incubo, ma la sostanza resta forse la stessa, «siamo un osso duro» insomma. E sembra, Carletto, persino divertito dall'idea di assistere alla sfida di stasera, «bello scontro, bella battaglia», se la pregusta da uomo di calcio eccitato dall'idea di misurarsi con l'armata neroazzurra. Ha una falla sulla sinistra, nella linea della difesa (fuori A. Cole e Zirkov, deve buttare nella mischia Belletti assente da tempo) ma non si lamenta in pubblico, non è il tipo. Così come non punta tutto solo e soltanto di Didier Drogba, il suo arciere collaudato: 25 centri nella stagione. «Sarà il tuo Shevchenko?» gli chiedono rievocando quello scontro in semifinale con l'Inter di Cuper, risolto proprio dall'ucraino, aprile del 2003. «Serve un gioco di alto livello per superare l'Inter» osserva.
Si concede solo un paio di battute delle sue. La prima dedicata al paragone tra Abramovich e Berlusconi: «Chi le dà più consigli?» il quesito. «Bella lotta, spero di restare tanto a Londra, così Abramovich potrà raggiungere Berlusconi» la replica che provoca un boato. La seconda dedicata ai media: «A Londra vogliono sapere della vita privata, in Italia la formazione, io vado d'accordo con tutti» la differenza. E allora via, di corsa, sul prato di San Siro dove ritrova un paio di cuori milanisti, Maldini e Costacurta venuti a salutarlo e a promettergli tifo e sostegno, fendendo a fatica una folla che ha una voglia matta di una romantica rimpatriata. Ancelotti non si nega a nessuno, neanche a Susanna Wermelingen, del pianeta Inter, che se lo abbraccia e se lo bacia. Chissà se Mourinho, informato dal controspionaggio, la inserirà tra i componenti del clan.