Ancelotti vuole una notte da Milan per salvare tutto

Questa sera all'Allianz Arena di Monaco c'è il Bayern, per il ritorno dei quarti di Champions. Il tecnico si gioca coppa e futuro. In attacco è emergenza totale: Inzaghi non ce la fa, c’è Oliveira

Monaco - Tutti insieme, Ancelotti e i suoi guerrieri, si presentarono, nell’estate del 2002, alla periferia di Praga per dare vita all’inatteso rinascimento milanista. A Liberec, grazie ai sigilli di Inzaghi (uno all’andata, uno al ritorno), conquistarono l’accesso alla Champions league. Fu l’inizio, impreziosito dall’arrivo di Nesta, di un altro pezzo di storia berlusconiana: seguirono infatti la coppa Campioni alzata a Manchester, la supercoppa d’Europa qualche mese dopo a Montecarlo contro il Porto di Mourinho, lo scudetto ’04 appena impolverato dai due secondi posti successivi poi scoperti traditori per gli sgambetti di Moggi e degli arbitri. Tra tante notti magiche, una ferita ancora aperta è Istanbul, la Champions puntellata da 3 gol prima della pazzesca rimonta del Liverpool: una delusione che disturba ancora i sonni dei milanisti sparsi nel mondo. Tutti insieme, più o meno gli stessi (all’appello mancano Rui Costa e Shevchenko i più rappresentativi), Ancelotti e i suoi eroi nel frattempo appesantiti dagli anni oltre che dalla gloria, si ripresentano stasera nello stadio avveniristico di Monaco, in Baviera, per tentare un disperato recupero. Sono a un bivio: piegare la resistenza del Bayern reduce da un miracoloso 2 a 2 dell’andata, oppure abbandonare la Champions league senza la sicurezza di poter riascoltare ancora la suggestiva musichetta nella prossima stagione.

È un bivio crudele, pieno di suggestioni e di rimpianti, oltre che di rischi. Nel caso di mesto ritorno a casa, scontate le conseguenze: più lontana la conferma di Ancelotti, più vicina una piccola rivoluzione, di sicuro uno scatto in avanti per recuperare il terreno ceduto all’Inter, nuova razza padrona del campionato.

«La squadra si presenta bene, ha carte da giocare», informa sicuro Ancelotti mai spavaldo. È il ritratto della serenità, esibita non certo come una corazza per difendersi da chissà quali pericoli: sa di che morte (calcistica) deve morire. «Niente miracoli, servono coraggio e personalità. E la fortuna bisogna cercarsela» rammenta ancora Carletto prima di volare verso la Germania in un martedì colmo di sole e di inevitabili attese. «Se giochiamo come all’andata possiamo farcela», assicura senza tradire una sola tensione. Altri allenatori, al suo posto, sarebbero sull’orlo di una crisi di nervi. E invece Ancelotti risponde affabile a chi gli ricorda la possibilità di chiudere la corsa col Milan, tra qualche settimana. «Il mio futuro è legato alla mia salute che per il momento è ottima», l’esorcismo tentato. E persino il pensiero dell’impresa titanica non sembra esaltarlo: «Sarebbe un passo avanti verso la finale», chiosa semplicemente. Non spaventano i veleni scoperti intorno alla designazione dell’arbitro. «Lasciamo ai tedeschi il compito di giudicare», commenta acido Galliani che si gode la trasgressione per lo sponsor austriaco sulla maglia (l’eventuale multa, 100mila euro, sarà versata da Bwin) e per qualche ora ancora la soddisfazione di calcare il palcoscenico continentale. «A metà aprile siamo ancora qui», segnala e naturalmente non ci vuole molto a capire l’indirizzo della stoccata, via Durini, sede sociale dell’Inter, esclusa agli ottavi, un turno prima secondo consolidata abitudine.

Tutti insieme, vero ma fino a un certo punto. All’appello, oltre a Sheva trasferito a Londra, e a Gilardino squalificato, a Ronaldo (per regolamento non si può giocare con due maglie lo stesso torneo), manca un Milan decente in attacco. Inzaghi (55 reti in Uefa), a dispetto dei suoi proclami, non gode di eccellente condizione. Non scatta in allenamento, frenato da una cicatrice al flessore. «Se sta bene gioca», informa Ancelotti volendo segnalare il contrario, e cioè il rischio di una esclusione più che legittima che, in fondo alla serata, diventa una notizia. Tocca a quel Ricardo Oliveira mai convincente negli ultimi mesi. Tanto per cambiare bisogna affidarsi al talento di Kakà (18 gol in Champions) e a una serata da vecchio Milan. Tipo quella di cinque anni prima, con Rivaldo, Seedorf e Serginho incantatori di serpenti. «Il passato non conta», insiste Ancelotti. Già ma se non conta, allora il Milan in Champions ha le ore contate.