Anche il 39enne Zoran dà la colpa al minorenne «Stiamo cercando di raccogliere 200mila euro»

Il maggiorenne Goico Jovanovic o il minore Remi Nikolic? Per il padre di entrambi - il 39enne Zoran Jovanovic, cittadino italiano di origini serbe - sicuramente è il secondo, ultimo dei suoi sette figli e nato a Parigi (carta d’identità di un comune del Padovano alla mano) il 15 maggio 1994, ad aver travolto e ucciso, lo scorso 12 gennaio, alla guida dell’ormai fantomatico Bmw X5, il vigile Nicolò Savarino alla Bovisa. Lo zingaro (così si è definito lui stesso) ieri ha voluto incontrare i giornalisti nella sala stampa della Procura insieme al suo legale, l’avvocato David Maria Russo. Un po’ per esprimere il proprio dolore e quello della sua famiglia per la morte del vigile, promettendo anche un risarcimento di 200mila euro alla famiglia Savarino. Ma soprattutto per chiarire, ancora una volta, che nelle mani degli investigatori ungheresi ci sarebbe il minorenne Remi e non il maggiorenne Goico come sostengono invece dal 15 gennaio gli investigatori della squadra mobile di Milano. E, anche in questo caso, il padre dei due ragazzi e l’avvocato Russo, hanno esibito un documento, con l’intestazione della squadra mobile e datato 16 gennaio 2012, nel quale si sostiene che Goico, nato il 18 marzo 1987 (proprio il ragazzo a cui la polizia imputa l’omicidio) è stato sentito in questura in quella data dal mattino fino alle 22. E quindi non può trovarsi in un carcere ungherese.
«Abito in un appartamento in via Barrili con mio figlio Remi - ha spiegato Zoran Jovanovic -. Io ho fatto il giardiniere, ma ora compro e vendo auto usate; Remi sa guidare da quando aveva 10 anni ed è fissato con le macchine, per questo lo hanno fermato tante volte per guida senza patente. E, in quelle occasioni, lui ha fornito il suo vero nome ma, quasi sempre, la data di nascita del fratello Goico che è maggiorenne e abita a Busto Arsizio. Il giorno dell’incidente mi aveva promesso che portava il Bmw a un gommista e poi tornava a casa: così non è stato. Con quella vettura - che abbiamo intestato a una donna italiana per poterla vendere visto che le auto degli zingari sono difficili da smerciare perché si pensa sempre siano rubate - mio figlio ha investito il vigile. All’inizio mi ha detto di non averlo visto, poi ha proseguito la sua corsa perché aveva paura. Quando mi ha telefonato era in preda al panico, bloccato. “Papà, ho fatto un disastro” mi ha detto».
«Nessuno di noi ha mai promesso 200mila euro alla prestanome affinché ci coprisse - ha spiegato ancora il padre -. Come ho già spiegato alla polizia, e come dimostrano le intercettazioni, noi Jovanovic siamo rimasti vittime di un altro nomade nostro amico, la prima persona a cui Remi si è rivolto dopo l’incidente. Lui ci ha chiesto ben 500mila euro per far sparire all’estero la prestanome del Bmw e far scappare Remi. Noi abbiamo rifiutato. In Ungheria Remi ce l’ha portato una donna di 35 anni, una nomade madre di famiglia, per la quale Remi è come un figlio. Quando ha capito di aver ucciso un uomo, mio figlio, disperato, si è rivolto a lei, dicendole di aver litigato con me e di dover sparire dall’Italia. Io? Non l’ho mai coperto. La polizia lo sa. E quando giovedì (domani per chi legge) Remi arriverà qui in Italia, saprete che vi sto dicendo la verità».