Anche all’Onu un ricorso su Maria

La bimba bielorussa: un avvocato genovese ha presentato un dossier a titolo personale

Diego Pistacchi

da Genova

Intervenga l’Onu. Prenda posizione contro la Bielorussia. La condanni a pagare 300 milioni di euro. E se del caso, ne decida l’espulsione dall’Organizzazione. Non importa se c’è un’eventuale trattativa segreta con l’Italia, non contano gli accordi e i passi indietro reciproci. La vicenda di Maria deve avere delle conseguenze per chi l’ha gestita. Lo chiede un avvocato genovese, Gian Paolo Vincenti Mattioli, il precursore di «Telefono Azzurro», che ha presentato un ricorso all’Onu tramite l’Unicef. E che snocciola quelli che ritiene essere i gravissimi errori commessi dal tribunale per i minori di Genova. Proprio ieri le carte sono state trasmesse dall’Unicef al «Palazzo di vetro».
Non lo fa per conto dei coniugi Giusto («anzi, mi vergogno di essere italiano per come sono stati costretti a chiedere scusa alla Bielorussia in tv», puntualizza). È spinto da una promessa. «L’ho fatta a mio figlio Gian Maria, morto nel 2004 in un incidente stradale - precisa l’avvocato -. Ho giurato che in suo nome avrei condotto qualsiasi battaglia per i diritti di chi subisce soprusi». Non ha un mandato e non vuole averlo in futuro. «Per quanto è accaduto non servono mandati. Perché qui sono stati calpestati i diritti minimi di un minore - spiega l’avvocato -. E la Dichiarazione dei diritti del Fanciullo di New York è una fonte primaria del diritto, vale più di qualsiasi costituzione nazionale. Quindi l’Italia e i giudici italiani sono costretti a farla rispettare».
Le violazioni individuate da Gian Paolo Vincenti Mattioli, coadiuvato dall’altro suo figlio Francesco Maria e da Saverio Burgaretta, vengono poste a carico del tribunale per i minori di Genova. E fanno riferimento anche alle «Regole minime per la giustizia minorile» dettate nel 1985 a New York e alla Convenzione Europea dei diritti dei bambini di Strasburgo (1996). «Innanzitutto ritengo fosse dovere del tribunale applicare la dichiarazione di New York del ’59 anche se la famiglia Giusto, non lo avesse fatto - spiega Vincenti Mattioli -. Questo avrebbe concesso all’Italia la possibilità di prorogare la propria giurisdizione, come peraltro in un primo tempo era stato fatto dallo stesso tribunale fino al 30 ottobre». Non solo. C’è la questione delle «garanzie» offerte dalla Bielorussia. Le promesse però sono state solo verbali. Invece «per le stesse norme internazionali, occorreva mettere nero su bianco un protocollo dettagliatissimo. È il caso di dire che scripta manent, verba volant, anzi... sono già volate».
Sembra finita lì. Invece c’è ancora l’aspetto più clamoroso del ricorso. «Il tribunale per i minori ha consegnato Maria a chi non aveva alcun diritto su di lei - attacca Vincenti Mattioli -. L’ambasciatore è un rappresentante politico del paese, non il tutore della bambina, che è invece il direttore dell’orfanotrofio. Ebbene, di fronte al tribunale di Genova l’ambasciatore non aveva una delega a rappresentarlo, non era nessuno». Questo errore clamoroso in effetti sembra confermato dalla sentenza della Corte d’appello di Genova: «La Corte rileva - si legge nell’atto che il 28 settembre respinge il ricorso dei Giusto - che con atto depositato in data odierna la giunta distrettuale di Vilejka ha delegato il console dell’Ambasciata Bielorussa (...) Il che fa ritenere che la costituzione in causa dell’Ambasciata sia valsa a sanare il vizio». Un vizio che c’era e che nessuno aveva rilevato prima. «Infatti ho presentato anche un ricorso presso il tribunale per i minori per chiedere che venga risentita la bambina, che abbia un difensore privato - incalza l’avvocato che offre la sua assistenza gratuita -. Voglio vedere cosa mi rispondono».
Gian Paolo Vincenti Mattioli si muove anche di fronte alla Corte di Strasburgo. «La Bielorussia ha accettato la giurisdizione di un tribunale italiano? A questo punto è costretta a comparire di fronte a qualsiasi altra corte dell’Unione», osserva. Ma punta molto sul ricorso presentato ieri dall’Unicef all’Onu. Soprattutto sulle richieste. Oltre alla condanna della Bielorussia alla sanzione da 300 milioni (di cui 100 da destinarsi a Maria e 200 all’Unicef), chiede che l’Onu ordini la restituzione della bambina alla Croce Rossa perché la riporti in Italia e la affidi temporaneamente ai coniugi Giusto, un’ispezione in tutti gli orfanotrofi bielorussi e il processo a Strasburgo. Per la fase istruttoria, l’avvocato chiede di ascoltare tutti i protagonisti della vicenda (la bambina ma anche i rappresentanti dei governi), e persino «il nunzio apostolico, nella persona del segretario di Stato, cardinal Tarcisio Bertone». «Finora in tanti hanno calpestato i diritti di una bambina - conclude l’avvocato -. Nessuno ha messo davanti a ogni cosa l’interesse primario di Maria». Ora tocca all’Onu.